I manifesti a favore del sì nel referendum sulla “neutralità rafforzata” che ha coinvolto i cittadini svizzeri lo scorso fine settimana, mostravano John Lennon (poi ritirati per diritti di immagine) e chiedevano di dare una “chance” alla pace, ma la posta in gioco era più complessa di così e gli svizzeri, abituati ai referendum perché si tratta di un Paese con frequenti consultazioni di democrazia diretta, hanno detto in massa (70.2%), no con percentuali schiaccianti in tutti i cantoni e un po’ più di misura in Ticino.

Il sì al referendum, proposto dalla destra, avrebbe infatti portato a un cambiamento della Costituzione elvetica, cosa che avrebbe ristretto lo spazio di manovra del Governo federale: una più rigida “neutralità” avrebbe infatti portato la Svizzera a non poter aderire neppure ad alleanze difensive, né a collaborarvi salvo nel caso in cui fosse militarmente aggredita.

Non solo la conseguenza sarebbe stata il non poter partecipare neppure a sanzioni internazionali verso aggressori di Paesi terzi, salvo che quelle che venissero dall’Onu.

Oggi per esempio la Svizzera, con le regole attuali, applica le sanzioni economiche che l’Europa ha stabilito nei riguardi di Mosca, se fosse passato il referendum, non lo avrebbe più potuto fare: diritto della neutralità non è la stessa cosa dell’indifferenza: un conto è entrare in guerra contro un altro Stato è sanzionare chi viola il diritto internazionale.

Molti media elvetici che hanno pronosticato il risultato del referendum, e hanno fatto notare che il sì alla consultazione era sostenuta anche con ingenti finanziamenti individuali da Christoph Blocher, ideologo del Partito popolare svizzero (Svp), cui recenti inchieste inchieste giornalistiche hanno attribuito forti interessi economici in Russia.