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Doveva essere l’ennesima celebrazione della forza russa, il rito civile e militare più importante del calendario di Mosca. E invece la parata del Giorno della Vittoria del 9 maggio 2026 rischia di trasformarsi nel simbolo della vulnerabilità del Cremlino. Perché quest’anno, per garantire lo svolgimento dell’evento sulla Piazza Rossa, la Russia ha avuto bisogno di ciò che per oltre quattro anni di guerra aveva sempre rifiutato davvero: un cessate il fuoco con l’Ucraina.
Il Giorno della Vittoria è molto più di una commemorazione storica. Nella Russia di Vladimir Putin è diventato il cuore della narrazione patriottica nazionale: la memoria della vittoria sovietica contro il nazismo elevata a fondamento dell’identità contemporanea del Paese. Negli ultimi anni il Cremlino ha usato questa ricorrenza per legittimare anche la guerra in Ucraina, presentandola come una prosecuzione simbolica della “Grande guerra patriottica”.
Ma stavolta qualcosa si è incrinato.


Per giorni Mosca ha vissuto sotto tensione. Aeroporti chiusi, comunicazioni mobili limitate, sistemi di sicurezza rafforzati e timore crescente per possibili attacchi di droni ucraini. La minaccia non era teorica: negli ultimi mesi Kiev ha dimostrato di poter colpire obiettivi sempre più profondi nel territorio russo, comprese infrastrutture energetiche e militari.
Il risultato è stato paradossale. La Russia, che continua a presentarsi come potenza militare invincibile, ha avuto bisogno di negoziare una tregua di tre giorni – dal 9 all’11 maggio – per proteggere il proprio evento simbolo. Una situazione che molti osservatori internazionali leggono come un’umiliazione politica per Putin.
Anche la forma della parata racconta questa difficoltà. Secondo diverse fonti internazionali, per la prima volta da quasi vent’anni l’evento è stato drasticamente ridimensionato: meno mezzi pesanti, assenza di gran parte dell’hardware militare tradizionalmente esibito sulla Piazza Rossa, maggiore sobrietà e una lista di ospiti internazionali assai più limitata rispetto al passato.


Dietro queste scelte ci sono ragioni pratiche ma anche simboliche. Molti mezzi sono impegnati al fronte ucraino; altri sarebbero troppo vulnerabili a eventuali attacchi. Così la celebrazione della potenza si trasforma in una manifestazione difensiva, quasi blindata.
A rendere ancora più evidente l’imbarazzo del Cremlino è stato il tono ironico usato dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, che ha annunciato sarcasticamente di “autorizzare” lo svolgimento della parata a Mosca durante la tregua. Un gesto politico studiato per ribaltare la narrativa russa: non più una Russia sicura e dominante che concede pause umanitarie, ma un Cremlino costretto a chiedere protezione per la propria festa nazionale.
Intanto, sul terreno, la tregua appare fragilissima. Mosca e Kiev continuano ad accusarsi reciprocamente di violazioni del cessate il fuoco, mentre restano lontanissime le prospettive di una pace vera.
Ed è forse questo il punto più significativo. La parata del 9 maggio nasceva per ricordare la fine di una guerra devastante e la sconfitta del nazismo. Ottantuno anni dopo, quella memoria viene celebrata mentre nel cuore dell’Europa continua un altro conflitto sanguinoso, fatto di droni, bombardamenti, propaganda e centinaia di migliaia di vittime.
Per Putin il Giorno della Vittoria doveva essere la prova che la Russia resta una superpotenza capace di imporsi sulla scena mondiale. Ma il bisogno di fermare le armi anche solo per mettere in sicurezza la Piazza Rossa racconta forse l’opposto: una potenza che teme di non riuscire più a controllare nemmeno il proprio palcoscenico simbolico.




