Quattro morti, undici feriti e una domanda che, di fronte alla tragedia, molti italiani si saranno posti: perché i nostri militari si trovano ancora in Bosnia-Erzegovina, a oltre trent'anni dalla fine della guerra? Per rispondere bisogna tornare a uno dei conflitti più sanguinosi della storia europea recente, ma soprattutto a ciò che è accaduto dopo. Perché, se le armi hanno smesso di sparare nel 1995, le divisioni politiche ed etniche che hanno segnato il Paese continuano ancora oggi a pesare sulla sua stabilità.

L'incidente aereo è avvenuto ieri, giovedì 29 ottobre, nei pressi del villaggio di Gorice, nel distretto di Brčko, nel nord-est della Bosnia-Erzegovina. Un elicottero CH-47 Chinook dell'Esercito italiano, impegnato nella missione europea EUFOR Althea, è precipitato con quindici persone a bordo. Secondo quanto comunicato dal comando della missione, il velivolo stava svolgendo una normale attività di addestramento.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato i nomi delle quattro vittime: i sergenti dell'Esercito Simone Ruggia e Claudio Marchesi e due appartenenti al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, il tenente Franco Adriano Zecchillo e il sergente Laura Procacci.

Gli altri undici occupanti rimasti feriti, sono stati soccorsi e ricoverati negli ospedali della zona. Secondo quanto comunicato, nessuno risulterebbe in pericolo di vita. Restano da chiarire le cause dello schianto, sulle quali è stata avviata un'indagine.

LA GUERRA IN BOSNIA E GLI ACCORDI CHE HANNO FERMATO IL CONFLITTO

Tutto cominciò negli anni Novanta, quando la Jugoslavia iniziò a disgregarsi. Nel 1992 la Bosnia-Erzegovina dichiarò la propria indipendenza, ma il Paese precipitò in una guerra che vide contrapporsi principalmente le forze del governo bosniaco, quelle serbo-bosniache e quelle croato-bosniache, con il coinvolgimento anche di Serbia e Croazia e alleanze che cambiarono nel corso del conflitto.

In tre anni e mezzo di guerra morirono circa 100mila persone e oltre due milioni furono costrette ad abbandonare le proprie case. Sarajevo rimase sotto assedio per quasi quattro anni, mentre nel luglio 1995, a Srebrenica, le forze serbo-bosniache uccisero più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi, appartenenti alla comunità musulmana bosniaca. Un massacro riconosciuto come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia e dalla Corte internazionale di giustizia.

A mettere fine alla guerra furono gli accordi di Dayton, raggiunti il 21 novembre 1995 negli Stati Uniti e firmati ufficialmente a Parigi il 14 dicembre. Gli accordi confermarono la Bosnia-Erzegovina come Stato indipendente, ma introdussero un sistema politico complesso, pensato per garantire la rappresentanza delle diverse comunità e impedire nuove violenze.

COME FUNZIONA LA BOSNIA OGGI

Da quegli accordi è nato l'assetto istituzionale che caratterizza ancora oggi la Bosnia-Erzegovina, uno Stato composto da due entità territoriali dotate di ampia autonomia: la Federazione di Bosnia-Erzegovina, abitata prevalentemente da bosgnacchi e croati, e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Entrambe hanno proprie istituzioni, governi e parlamenti, mentre lo Stato centrale mantiene competenze comuni, tra cui la politica estera e la difesa.

Una posizione particolare è occupata dal distretto di Brčko, dove è avvenuto l'incidente dell'elicottero italiano. Situato nel nord-est del Paese, separa territorialmente le due parti della Republika Srpska ed è per questo considerato strategico. Non costituisce una terza entità, ma è un territorio con uno speciale regime di autonomia amministrativa, posto sotto la sovranità dello Stato bosniaco.

Anche la guida del Paese è diversa da quella italiana. La Bosnia non ha un unico presidente, ma una Presidenza collegiale composta da tre membri: uno bosgnacco, uno croato e uno serbo. Questo assetto è pensato per garantire un equilibrio tra le diverse comunità, evitando che una sola possa concentrare il potere. Nel tempo, però, la complessa distribuzione delle competenze ha mostrato anche i suoi limiti, rallentando le decisioni politiche e rendendo difficile approvare le riforme.

PERCHÉ I SOLDATI ITALIANI SONO ANCORA IN BOSNIA?

I militari italiani non si trovano in Bosnia per combattere una guerra, ma per contribuire a mantenere la pace e impedire che nuove tensioni possano sfociare nella violenza. Una presenza internazionale che risale proprio alla fine del conflitto.

Dopo gli accordi di Dayton del 1995, il compito di vigilare sull'attuazione degli aspetti militari della pace venne affidato a una forza internazionale guidata dalla NATO. Arrivò prima IFOR, incaricata di verificare il rispetto degli accordi, e poi SFOR, che proseguì le attività di stabilizzazione del Paese.

Il 2 dicembre 2004 l'Unione europea subentrò alla forza NATO con l'operazione EUFOR Althea, ancora attiva oggi. L'Alleanza Atlantica mantenne comunque un proprio quartier generale a Sarajevo, con compiti di sostegno e collaborazione.

EUFOR è una missione militare multinazionale dell'Unione europea, autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, alla quale l'Italia partecipa insieme ad altri Paesi. Il suo obiettivo è contribuire a mantenere condizioni di sicurezza e sostenere le autorità bosniache nell'attuazione degli accordi di pace.

Non si tratta, però, di una semplice missione di osservazione. I militari possono anche intervenire, nei limiti del mandato internazionale, qualora sia necessario garantire il rispetto degli aspetti militari degli accordi di Dayton. La loro presenza ha dunque una funzione sia di prevenzione sia di risposta a eventuali crisi.

Il mandato viene rinnovato periodicamente dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che il 31 ottobre 2025 ne ha autorizzato la prosecuzione per altri dodici mesi attraverso la risoluzione 2795. La partecipazione italiana è inoltre soggetta alle decisioni del Governo e alle procedure di autorizzazione parlamentare previste per le missioni militari all'estero.

CHE COSA FANNO I MILITARI ITALIANI?

Nella pratica, la missione si traduce in attività di monitoraggio del territorio, raccolta di informazioni sulla sicurezza ed esercitazioni congiunte con le forze armate bosniache. Queste ultime dispongono di un proprio esercito e sono responsabili della difesa del Paese: il personale internazionale non si sostituisce quindi alle autorità locali, ma le affianca nei compiti previsti dall'operazione.

Un ruolo importante è svolto dalle squadre di collegamento e osservazione, chiamate LOT, presenti in diverse località della Bosnia-Erzegovina. Secondo quanto spiega il comando EUFOR, i loro componenti mantengono contatti regolari con amministratori, istituzioni e cittadini, ascoltano le preoccupazioni delle comunità e seguono l'evoluzione della situazione locale. A Drvar, per esempio, opera una di queste squadre, alla quale contribuiscono i Carabinieri italiani.

La missione contribuisce inoltre ad affrontare alcune conseguenze della guerra. A oltre trent'anni dalla fine del conflitto, in Bosnia restano mine e ordigni inesplosi che rappresentano ancora un pericolo per la popolazione. Come chiarisce EUFOR, il personale internazionale sostiene le autorità bosniache attraverso consulenza e assistenza nelle attività di sminamento e nella gestione in sicurezza di armi e munizioni.

CHI COMANDA LA MISSIONE?

EUFOR Althea è una missione multinazionale alla quale partecipano contingenti di 24 Paesi, tra cui l'Italia, presente con personale dell'Esercito e dei Carabinieri e con mezzi aerei.

Dal 21 gennaio 2026, alla guida della forza EUFOR schierata in Bosnia-Erzegovina c'è il generale di divisione italiano Maurizio Fronda, con quartier generale a Camp Butmir, nei pressi di Sarajevo.

MA OGGI ESISTE DAVVERO IL RISCHIO DI UNA NUOVA GUERRA?

La Bosnia-Erzegovina non è oggi un Paese in guerra, ma le tensioni politiche ed etniche che hanno segnato la sua storia non sono scomparse.

Negli ultimi anni, i rapporti tra le istituzioni centrali e la leadership della Republika Srpska si sono fatti particolarmente difficili. Milorad Dodik, ex presidente dell'entità a maggioranza serba, ha più volte contestato l'autorità dello Stato bosniaco, sostenendo iniziative per sottrarre competenze alle istituzioni comuni e rafforzare l'autonomia della Republika Srpska.

Le divisioni sono emerse anche durante le elezioni generali del 4 ottobre 2026. Secondo gli osservatori internazionali dell'OSCE, il voto si è svolto in un contesto di reale competizione politica, ma in un panorama profondamente frammentato, ancora segnato dalle contrapposizioni del passato.

Una nuova guerra non viene considerata imminente, ma le crisi istituzionali e le tensioni nazionaliste continuano a rappresentare un rischio per la stabilità del Paese. È anche per scoraggiare eventuali azioni violente che l'Unione europea ritiene ancora necessaria la presenza di EUFOR, considerata un importante presidio di sicurezza anche dalla NATO.

PERCHÉ L'ITALIA CONTINUA A PARTECIPARE E QUANDO POTRANNO TORNARE I MILITARI?

Per l'Italia, la stabilità della Bosnia-Erzegovina non è soltanto una questione di solidarietà internazionale. I Balcani occidentali si trovano sull'altra sponda dell'Adriatico e rappresentano un'area strategica per la sicurezza europea. Un'eventuale crisi nella regione potrebbe avere conseguenze politiche, economiche e umanitarie anche per i Paesi vicini.

Il governo italiano sostiene per questo la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina, oltre al suo percorso di avvicinamento all'Unione europea. Il Paese ha ottenuto lo status di candidato nel 2022 e nel marzo 2024 il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati di adesione, indicando ulteriori passaggi e riforme necessari per procedere.

Ma fino a quando resteranno i militari italiani? Non esiste una data prestabilita. Il futuro della missione dipenderà dall'evoluzione della situazione nel Paese e dalle decisioni delle autorità internazionali e nazionali competenti. Per ridurre ulteriormente la presenza militare straniera, sarà necessario che le istituzioni bosniache siano in grado di garantire stabilità e sicurezza anche senza quel sostegno.

La tragedia del 29 ottobre riporta così l'attenzione su una missione di cui in Italia si parla raramente. Una presenza militare che continua non perché in Bosnia si combatta ancora, ma perché la pace raggiunta oltre trent'anni fa, secondo l'Unione europea, ha ancora bisogno di essere tutelata.