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Il fondatore di PaylPal e di Palantir Peter Thiel
Pubblichiamo il testo integrale della riflessione di monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, sul pensiero di Peter Thiel che nei giorni scorsi è stato a Roma per una serie di conferenze sull’Anticristo. Thiel è considerato una delle figure più influenti e controverse della Silicon Valley per le sue posizioni politiche conservatrici e anti-ambientaliste e i suoi interessi nel transumanesimo. Fondatore di PayPal e proprietario di Palantir, Thiel è stato anche uno dei maggiori sostenitori di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca del 2016 e diretto finanziatore dell’attuale vicepresidente Usa JD Vance.


Il presidente della Pontificia Accademia di Teologia onsignor Antonio Staglianò
(ANSA)C’è una frase che Peter Thiel, il miliardario della Silicon Valley diventato ideologo della nuova destra americana, ha ripetuto in più occasioni: “Il problema della violenza è stato ‘whitewashed away’ dall’Illuminismo”. Con questa espressione – “ripulito”, “cancellato con un’imbiancatura” – Thiel intende dire che la modernità ha rimosso la violenza dalla sua immagine dell’uomo, illudendosi che bastino ragione, diritto e istituzioni per renderla innocua. Poi, Thiel trae una conseguenza radicale: poiché la violenza non è un incidente ma la struttura profonda della storia, allora i tentativi di costruire una pace globale – ONU, diritto internazionale, democrazia – sono menzogne, persino “figure dell’Anticristo”. Meglio una guerra “giusta” che una pace falsa.
La provocazione è forte, e proprio per questo merita di essere presa sul serio. Thiel ha il merito di aver smascherato una rimozione: l’Illuminismo ha effettivamente rimosso il problema del male, riducendolo a un difetto di educazione o di organizzazione sociale. Ma il paradosso è che Thiel, nel denunciare questa rimozione, non la supera: la capovolge. Se l’Illuminismo diceva “la violenza si può eliminare con la ragione”, Thiel dice “la violenza non si può eliminare, dunque accettiamola come destino”. In entrambi i casi, manca il pensiero che la tradizione ebraico-cristiana ha sempre custodito: la violenza è reale, ma non è originaria; l’uomo è stato creato buono, porta l’immagine di Dio, e il peccato è una ferita, non una natura.
Ecco il punto. La rimozione illuminista non è stata solo l’aver dimenticato il peccato originale; è stata l’aver costruito un’antropologia alternativa: l’individuo autofondato al posto della persona; una ragione ridotta al calcolo tecnico invece della ragione aperta alla verità; la libertà come autodeterminazione del soggetto autonomo invece che come dinamismo verso il bene; uno stato di “natura pura” che pretende di pensare l’uomo senza la grazia e senza la caduta. Thiel, pur dichiarandosi nemico di questa costruzione, ne resta prigioniero: per lui la violenza diventa una sorta di “peccato originale senza redenzione”, una struttura ontologica inevitabile.
La differenza, decisiva, è che per la fede cristiana il peccato originale – che non è una favola per cretini – spiega perché c’è tanta violenza nell’umano, ma non ne fa l’ultima parola. Perché la stessa tradizione sa che l’uomo, pur ferito, è capace di bene, e che la salvezza non viene dall’accettazione cinica della violenza né dall’illusione tecnocratica di cancellarla, ma dalla conversione del cuore e dal perdono che spezza la spirale della vendetta.


Flash mob del movimento No Kings contro Peter Thiel davanti al ministero della Difesa a Roma il 15 marzo scorso
(ANSA)Thiel attinge a René Girard, il grande antropologo che ha mostrato come ogni società si fondi su un meccanismo di capro espiatorio. Ma Girard era anche un cristiano consapevole che il Vangelo è l’unico testo che smaschera questo meccanismo dal punto di vista della vittima innocente. Thiel invece usa Girard per dire: la violenza è il motore della storia, organizziamola con saggezza. Così facendo, finisce per riscoprire una vecchia politica di potenza, quella di Carl Schmitt, per cui la politica si definisce nell’amicizia e nella lotta contro il nemico. In questo orizzonte, la pace non è un valore, ma una forma di indebolimento.
E qui si innesta l’interrogativo più inquietante: che cosa sta accadendo nel nostro dibattito pubblico? Per decenni abbiamo creduto che la secolarizzazione fosse il destino obbligato della cultura occidentale. Oggi ci accorgiamo che le categorie teologiche non sono affatto scomparse: sono solo emigrate in nuovi luoghi. Thiel parla di “Anticristo” per bollare la burocrazia europea e l’attivismo climatico; parla di “peccato originale” per spiegare l’ineluttabilità del conflitto. La teologia, insomma, ritorna – ma in forma di ideologia, senza la memoria critica che la Chiesa ha accumulato nei secoli. Ritorna per legittimare la guerra, non per costruire la pace.
Di fronte a questo scenario, la domanda non è se la teologia debba avere un posto nel dibattito pubblico. Lo ha già, anche quando lo nega. La vera domanda è: quale teologia? Quella che riduce la fede a un lessico per nobilitare la potenza, o quella che, fedele alla Scrittura e alla Tradizione, sa che l’unica via d’uscita dalla violenza non è il sacrificio dell’altro ma il dono di sé?
Quando Thiel dice “la violenza è inevitabile”, non sta descrivendo un fatto di natura, ma sta compiendo un atto di volontà: sta decidendo di considerare inevitabile ciò che invece può essere redento, seguendo Girard, con Schmitt, con una certa lettura di Nietzsche.
La tradizione cattolica, da Agostino a Tommaso, da Benedetto XVI a Papa Francesco, ha sempre tenuto insieme due verità: la realtà del peccato (e quindi la legittimità della difesa di fronte all’aggressione) e la priorità della pace come opera di giustizia e di amore. Non è una tradizione ingenua: sa che la pace non è assenza di conflitto, ma l’ordine dell’amore che vince il conflitto senza annientare l’avversario. Per questo, negli ultimi decenni, il Magistero ha compiuto un percorso: dal Catechismo che ancora codificava le condizioni della “guerra giusta” fino alle parole di Papa Francesco, secondo cui “non esiste una guerra giusta!”.


Donald Trump con Peter Thiel nel 2016
(EPA)Non si tratta di un cedimento pacifista, ma di un atto di realismo più alto: nell’era atomica, con armi sempre più distruttive e guerre che colpiscono prevalentemente i civili, è diventato di fatto impossibile soddisfare i criteri di proporzionalità e di ultima ratio. La Chiesa non dice che la difesa non è lecita; dice che oggi non possiamo più illuderci di poter fare la guerra senza diventare noi stessi violenza.
È una visione dell’umano. Se l’uomo è immagine di Dio, ferita dal peccato ma redenta da Cristo, allora la violenza non può essere l’ultima parola. C’è una via che non è né l’utopia tecnocratica (che promette di eliminare la violenza con i soli strumenti del diritto e della governance globale) né il cinismo di Thiel (che accetta la violenza come destino). È la via della conversione: la creazione di un’umanità che recupera la sua originaria bontà, bellezza, capacità di perdono, seguendo l’insegnamento di Gesù che ha vinto la logica del capro espiatorio facendosi lui stesso vittima innocente e donando la pace non come assenza di conflitto, ma come riconciliazione.
Riportare questa memoria nel dibattito pubblico non è un esercizio nostalgico. È un’operazione di chiarezza. Perché senza il dogma del peccato originale – che spiega la violenza senza assolverla – si oscilla tra due estremi: o si nega la violenza (e si finisce nella fragilità delle illusioni progressiste) o la si assolutizza (e si finisce nel culto della potenza).
La teologia come sapere critico delle verità di fede è l’unica che può tenere insieme la consapevolezza della fragilità umana e la speranza in una pace che non è frutto della tecnica, ma dono dello Spirito.
C’è chi crede che parlare di teologia in pubblico sia fuori tempo. In realtà, è più urgente che mai. Perché quando le ideologie si travestono con il linguaggio della fede – come accade in Thiel e in altri nuovi profeti della violenza – l’unica risposta non può essere il silenzio imbarazzato dei laicisti, né la nostalgia dei tradizionalisti. La risposta è far parlare la Tradizione viva della Chiesa, quella che ha attraversato i secoli sapendo che l’uomo non è né un angelo né una bestia, ma un essere ferito che può guarire solo se accetta di essere amato.
Oggi, nelle università, nelle aule, nelle piazze digitali, c’è bisogno di chi faccia filosofia e comunicazione con questo metodo: storico, critico, ma anche animato dalla speranza che le idee producono mondi, e che il mondo non deve essere per forza quello della guerra inevitabile. Può essere quello della pace possibile. Non perché la pace sia facile, ma perché l’amore è più forte della morte. E su questo, la teologia ha ancora molto da dire.









