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Già un lavoro di giornalista responsabile dei contenuti editoriali del CERN di Ginevra potrebbe bastare per sentirsi appagati. Ma Paola Catapano è dotata anche dello spirito d’avventura tipico dei grandi esploratori del passato. Così, da anni, usa le ferie per organizzare spedizioni di ricerca in luoghi impervi come il Polo Sud e il Polo Nord. Trovando anche il tempo di diventare mamma e portare suo figlio con sé sin da quando era un bambino di 8 anni.
La più ardita delle sue imprese, la spedizione Polarquest, per raggiungere con una speciale barca a vela il luogo dove 90 anni prima era precipitato il dirigibile di Umberto Nobile, l’ha voluta raccontare nel libro Ottantesimo parallelo. Un’avventura tra scienza e ghiacci (Salani Editore).


«Il mio lavoro mi permette di avere accesso ai più alti livelli della ricerca e mi è capitato di intervistare ben 45 premi Nobel. Ma dopo un po’ scalpito, devo partire. Nel 2005 sono stata in Antartide per 45 giorni per documentare la spedizione di ricerca italo-francese, e da lì è nata la mia passione per le zone polari. E poi ho avuto l’idea di organizzare una spedizione per seguire le tracce del dirigibile Italia che non è mai stato trovato. Da bambina avevo visto il film La tenda rossa e mi aveva subito affascinato quella storia. Ho trovato i finanziamenti per una spedizione, patrocinata dal CERN, di sedici persone tra cui due scienziati, con l’obiettivo di rintracciare la struttura metallica del dirigibile che era andato alla deriva».
Il 25 maggio 1928 il dirigibile Italia, che sorvolava l’Artico, si spezzò in due. Una parte volò via con sei uomini persi per sempre; il resto dell’equipaggio si trovò alla deriva nel pack artico sopravvivendo per sette settimane grazie a oggetti e viveri caduti dal dirigibile. Altri due membri dell’equipaggio morirono e, alla fine, i superstiti furono salvati da una nave rompighiaccio russa, mentre la spedizione su un idrovolante del leggendario Roald Amundsen fallì e l’esploratore norvegese morì.


«All’epoca di Umberto Nobile andare in Artico era molto rischioso. Il 50% delle spedizioni non tornava più indietro. Ora è molto diverso, ma si tratta sempre di un territorio difficile, in cui le navi normali non possono andare, i fondali sono bassi e poco conosciuti. Per questo abbiamo utilizzato una barca a vela piccola, agile e con la chiglia bassa. Dopo essere partiti dall’Islanda, la prima tappa è stata alle Isole Svalbard per una cerimonia alla presenza dei discendenti dei componenti della spedizione di Nobile, e sul luogo del primo SOS abbiamo gettato in mare una corona di rose rosse».
Il dirigibile di Nobile non l’hanno trovato, malgrado l’utilizzo di uno scanning con il sonar che hanno potuto impiegare solo per poche ore. Però hanno fatto tante scoperte molto preziose, anche se in alcuni casi drammatiche. Come la presenza di plastica e microplastica nella banchina polare. Anche nelle zone più remote e inaccessibili del pianeta ci sono le conseguenze di una dissennata gestione delle risorse. E infatti la spedizione è stata possibile perché in alcuni punti, a causa del riscaldamento globale, i ghiacci in mare erano sciolti. Il risultato più importante è stato individuare gli ancoraggi di ghiacciai che risalgono all’ultima glaciazione di 20 mila anni fa.


Nel 2021 Paola Catapano ci ha riprovato, ma la presenza del ghiaccio ha fatto fallire la spedizione. «Ma c’è sempre l’idea di tornare con un sonar migliore e più tempo da dedicare a scandagliare il mare. Paradossalmente conosciamo meglio il sistema solare dei fondali dei nostri mari».
La sua passione per le traversate ha origine nell’infanzia: «Sono nata in Puglia, il mare mi ha sempre attratto. La mia prima spedizione l’ho fatta a 12 anni: in realtà era una bravata, perché con un barchino volevo andare alle Isole Tremiti con un’amica francese. Ha dovuto venirci a recuperare mio padre. A mio figlio è andata meglio, perché quando l’ho lasciato col papà per due mesi per andare in Antartide, appena rientrata mi ha detto: “Ok, ma la prossima volta mi porti con te”. E così è stato. Le spedizioni rispondono al mio bisogno di mettermi in situazioni limite, per conoscermi meglio e sviluppare le mie potenzialità».






