Forse la sua sorte era già segnata molto prima che il generale Mladic la conquistasse con pochi uomini e una colonna di tank sotto gli occhi dei caschi blu olandesi dell’Onu, avviando poi il massacro sistematico della popolazione. La storia dello sterminio di Srebrenica e del genocidio della popolazione musulmana, esattamente venti anni fa, iniziò nel 1992, perché Srebrenica aveva l’unica colpa di essere a pochi chilometri dalla Drina il fiume che segna il confine tra la Serbia e la Bosnia, un enclave musulmana in un territorio tutto serbo. E’ una zona che nella folle ripartizione dei Balcani avrebbe dovuto entrare a far parte della cosiddetta “Grande Serbia” etnicamente pura. In questa zona e nelle città lungo il fiume Drina nel ’92 cominciò una pulizia etnica feroce fatta di uccisioni sistematiche e di saccheggi. La popolazione musulmana o fuggiva o veniva passata per le armi.

Le città erano Zvornik, Visegrad, Zepa. Chi riusciva a fuggire cercava di raggiungere Srebrenica, sacca di territorio ancora libera. Nel 1993 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dichiara Srebrenica “zona protetta” e in città venne inviato un battaglione canadese dell’Uno che verrà poi sostituito dagli olandesi. Ma i serbi continuarono l’assedio dell’enclave e l’ 11 luglio 1995 le truppe di Mladic entrarono in città. Gli olandesi lasciarono fare e si rifugiarono nella loro base di Potocari, a pochi chilometri di distanza letteralmente inseguiti dalla popolazione civile che invocava protezione. Ma gli olandesi non la protessero e permisero ai soldati serbo-bosnici di dividere gli uomini dalle donne e dei bambini. I primi furono uccisi, donne e bambini avviati con autobus verso Tuzla, la città bosniaca a nord di Srebrenica sotto il controllo del governo di Sarajevo.

Ormai la storia è conosciuta quasi interamente, Le testimonianze di ciò che accade in quei giorni stanno nelle carte del Tribunale dell’Aja. Una tra le più drammatiche è quella di Drazen Erdemovic, militare delle truppe serbe, che ha spiegato che venivano uccisi circa mille musulmani al giorno. In pochi giorni i morti sono oltre 8 mila. I massacri sono avvenuti in case private, nelle scuole e negli edifici pubblici dei paesi lungo la Drina. Tutto è documentato e qualche volta anche filmato. Poi ci sono altre centinaia di morti uccisi nelle imboscate sui monti lungo i sentieri che portavano verso Tuzla. Circa 13 mila persone non andarono infatti verso il quartiere dei caschi blu olandesi dell’Onu a Potocari e preferirono intraprendere il cammino verso Tuzla tra le montagne. Fu una vera e propria marcia della morte durata sei giorni e sei notti e solo poche decine di persone riuscirono a raggiungere Tuzla.

La Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto che a Srebrenica c’è stato un genocidio e il Tribunale dell’Aja ha aggiunto che le uccisioni sono state il prodotto di un’operazione ben pianificata e coordinata. Nel 1999 le Nazioni Unite hanno pubblicato un documento nel quale si riconosce che “il principio di imparzialità”, cioè quello usato dall’Onu allora, “fu errato perché in Bosnia Erzegovina c’era un aggressore (i serbi) e c’erano delle vittime  (i bosniaci)”. La comunità internazionale” cercava una soluzione trattando con un regime assassino e senza scrupoli” mentre “sarebbe stato necessario usare la forza per fermare quelle uccisioni pianificate e sistematiche”. Cosa che invece non è stata fatta. Anzi i caschi blu olandesi dell’Onu hanno aiutato i soldati di Mladic a fare la selezione e dopo il generale olandese Karreman brindò con il generale Mladic.

Il massacro di Srebrenica è un genocidio documentato. Ci sono milioni di pagine di testimonianze, trascrizioni audio di intercettazioni e video. La prova più terribile è un video girato da militari delle forze speciali chiamate “Scorpioni”, che si sono firmati mentre uccidevano. Più di mille persone, tra cui molti sopravvissuti, hanno testimoniato davanti al Tribunale dell’Aja, che ha condannato per ora cinque ufficiali dell’esercito bosniaco. Mentre sono ancora in corso i processi al leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic e al generale Ratko Mladic, entrambi accusati di genocidio. Ma c’è una colpa collettiva più ampia perché il massacro è stato pianificato per tempo. Gli autobus che portavano i musulmani sui luoghi di esecuzioni sono arrivati tutti dalla Serbia, le ruspe usate per scavare le fosse comune venivano dalla Serbia. La benzina era fornita dalle Nazioni Unite. I satelliti occidentali hanno visto tutto e soprattutto hanno documentato come poi i serbi hanno riaperto le fosse comuni e sparso in centinaia di fosse più piccole i resti delle persone, rendendo difficile la loro identificazioni.

Il Memoriale di Potocari raccoglie le vittime identificate: è nato da un’idea delle madri di Srebrenica di seppellire i figli i mariti tutti insieme nel luogo dove li hanno visti l’ultima volta. Accanto al Memoriale la fabbrica usata come base dai caschi blu olandesi è un altro museo dell’orrore, una cappa che pesa come un macigno, perché qui la Comunità internazionale e le Nazioni Unite hanno davvero perso per sempre l’onore.  L’Olanda è stata condannata da un tribunale olandese per il massacro, cioè per aver consegnato i civili ai serbi. La circostanza è stata riconosciuta al termine di una lunga causa avviata da Hasan Muhamovic, interprete della base dei caschi blu. Lui è sopravvissuto, ma la madre e il fratello e il padre che si erano rifugiati nella base ed erano su una lista di persone da proteggere furono consegnati ai serbi. Hasan li ha ritrovati anni dopo fatti a pezzi nelle fosse comuni e riconosciuti in base a alcuni vestiti e all’esame del Dna.

Ogni anno a Potocari l’11 luglio vengono sepolte le persone che sono state riconosciute nel corso dei dodici mesi precedenti.  Quest’anno ci saranno molti politici e uomini di quella Comunità internazionale che ha permesso la guerra nei Balcani e che ancora non si ritiene responsabile di ciò che è accaduto. Alberto Bobbio