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Un militare ucraino prepara al lancio un drone intercettore FPV P1-Sun nei pressi della linea del fronte, nella regione di Donetsk
La spesa militare globale continua a crescere e nel 2025 raggiunge un nuovo massimo storico: 2.887 miliardi di dollari. Secondo i dati diffusi dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l’aumento reale rispetto al 2024 è del 2,9%, un incremento più contenuto rispetto al +9,7% dell’anno precedente, ma comunque indicativo di una tendenza consolidata.
A trainare la spesa restano le grandi potenze: Stati Uniti, Cina e Russia da soli rappresentano oltre la metà del totale globale. Washington si conferma al primo posto con 954 miliardi di dollari, nonostante una flessione del 7,5% dovuta alla mancata approvazione di nuovi aiuti militari all’Ucraina nel corso dell’anno. Una riduzione che, secondo gli analisti, sarà temporanea: il bilancio della difesa per il 2026 è già previsto in aumento significativo.
«Gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezza e
sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo», ha speigato Xiao Liang, ricercatore del programma sulla spesa militare e la produzione di
armi del SIPRI, «considerata la portata delle crisi attuali, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre».
Europa in prima linea nel riarmo
Il dato più rilevante riguarda però l’Europa, dove la spesa militare è cresciuta del 14%, raggiungendo 864 miliardi di dollari: si tratta dell’incremento più marcato dalla fine della Guerra fredda. I Paesi europei della NATO hanno accelerato il riarmo anche sotto la pressione degli Stati Uniti, puntando a una maggiore autosufficienza strategica.
Ventidue Stati europei hanno raggiunto o superato la soglia del 2% del Pil destinato alla difesa. Tra questi, per la prima volta dal 1990, figura anche la Germania. Presente nella lista anche l’Italia, che tuttavia ha centrato formalmente l’obiettivo attraverso operazioni contabili più che con un reale aumento strutturale della spesa, pur registrando comunque un incremento significativo.


Il caso Italia: crescita tra numeri e scelte politiche
In questo contesto, l’Italia si inserisce pienamente nella dinamica europea di riarmo. Nel 2025 la spesa militare italiana è cresciuta del 20%, collocando il Paese stabilmente tra i primi 15 al mondo secondo il SIPRI e tra i contributori più rilevanti dell’aumento europeo. Un incremento significativo, che tuttavia va letto con attenzione: una parte consistente deriva da un ampliamento delle voci contabilizzate dal Ministero della Difesa, includendo spese generiche comunicate anche alla NATO, che hanno permesso di raggiungere formalmente il 2% del Pil.
Secondo analisi indipendenti, come quelle dell’Osservatorio Mil€x, la spesa militare effettiva si attesterebbe invece intorno all’1,5% del Pil. Resta però il dato politico: la crescita degli stanziamenti per la difesa si inserisce in una scelta più ampia di priorità, che, secondo diverse organizzazioni della società civile, sottrae risorse a settori cruciali come sanità, istruzione, transizione ecologica e politiche sociali. Il quadro si completa guardando al contesto internazionale: la spesa complessiva dei 32 Paesi della NATO ha raggiunto 1.581 miliardi di dollari, pari a quasi il 55% del totale globale, con i membri europei che contribuiscono per 559 miliardi. Intanto, i conflitti in corso continuano a generare costi enormi: l’Ucraina ha speso 84,1 miliardi di dollari nel 2025 (il 20% in più rispetto all’anno precedente), mentre Israele ha destinato 48,3 miliardi alla difesa, mantenendo livelli molto elevati.
Conflitti e tensioni alimentano la crescita
L’aumento della spesa è strettamente legato al contesto geopolitico. In Ucraina, il conflitto con la Russia ha portato la spesa militare a 84,1 miliardi di dollari, pari a circa il 40% del Pil nazionale. Mosca, dal canto suo, ha incrementato il proprio budget del 5,9%, arrivando a 190 miliardi.
Anche in Asia e Oceania si registra una crescita significativa (+8,1%), con la Cina che consolida il secondo posto mondiale con 336 miliardi di dollari. Più stabile, invece, la situazione in Medio Oriente, dove alcune economie hanno rallentato la spesa anche per difficoltà interne, pur in presenza di conflitti.
La denuncia della Rete Pace e Disarmo
Di fronte a questi numeri, la Rete Italiana Pace e Disarmo lancia un monito netto: «L’aumento delle spese militari non sta producendo maggiore sicurezza globale». Al contrario, sottolinea la rete, «il mondo sta vivendo il numero più alto di conflitti armati dalla fine della Seconda guerra mondiale».
«Questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro», afferma l’organizzazione. I conflitti in corso, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Africa subsahariana, non solo persistono, ma rischiano di alimentare ulteriori aumenti della spesa militare, in un circolo vizioso che allontana la prospettiva della pace.
Un’alternativa possibile: sicurezza umana e disarmo
Nell’ambito della campagna globale GCOMS (Global Campaign on Military Spending), la Rete Italiana Pace e Disarmo chiede ai governi, a partire da quello italiano, una svolta chiara: ridurre le spese militari e destinare maggiori risorse a sanità, istruzione, ambiente e cooperazione internazionale.
Tra le proposte avanzate figurano la riduzione degli arsenali nucleari, il blocco del commercio di armi verso Paesi coinvolti in conflitti o responsabili di violazioni dei diritti umani, e un rilancio deciso della diplomazia e del multilateralismo. Centrale anche la richiesta di rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite e di promuovere nuovi modelli di sicurezza basati sulla cooperazione e sulla giustizia globale.


Militari delle Forze armate ucraine camminano lungo una strada accanto a una rete anti-drone, impegnati in una missione di protezione delle vie urbane dai droni russi nella città di Druzhkivka, nella regione di Donetsk
(REUTERS)Una scelta che riguarda tutti
Il nodo, sottolinea la rete, non è astratto né lontano dalla vita quotidiana: riguarda le scelte di bilancio degli Stati e le priorità politiche: «Investire in armi o in servizi sociali non è una necessità inevitabile, ma una decisione politica».
Per questo viene rivolto un appello al Parlamento e al Governo italiano affinché si apra un dibattito pubblico trasparente sulle spese militari e sul loro impatto, con l’obiettivo di invertire una rotta che, oggi, appare sempre più distante dalla costruzione di una pace duratura.






