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Le strade vuote di Gerusalemme vecchia. Sulla destra, padre Ibrahim Faltas, francescano della Custodia e direttore delle scuole di Terra Santa
«A farmi comprendere fino in fondo la situazione è stato l’incontro con le famiglie cristiane di Betlemme e della Città Vecchia di Gerusalemme, alcune delle quali beneficiano di piccoli progetti per la creazione di posti di lavoro finanziati dai benefattori di Aiuto alla Chiesa che soffre. Sono persone che vogliono lavorare e provvedere alle proprie famiglie. Abbiamo incontrato donne i cui mariti avevano già venduto tutto ciò che potevano, senza riuscire comunque a ricavare quanto bastava per mantenere la famiglia. Questo mi ha fatto capire quanto la situazione sia diventata disperata». Regina Lynch è la presidente esecutiva di Aiuto alla Chiesa che Soffre Internazionale. Di ritorno dalla Terra Santa lancia un appello raccontando le difficoltà delle comunità cristiane locali e l’importanza di garantire loro opportunità di lavoro e sostegno economico. «L’abate Nicodemus Schnabel, dell’Abbazia della Dormizione, aveva lanciato un appello a visitare la Terra Santa proprio perché i pellegrini erano così pochi. Abbiamo quindi visto nel viaggio un’opportunità per esprimere solidarietà alla Chiesa locale, comprendere meglio questa situazione molto complessa e vedere ciò che ACS riesce a realizzare grazie ai suoi benefattori».
Durante il viaggio, Lynch ha incontrato anche il patriarca latino di Gerusalemme. «Il cardinale Pizzaballa ha espresso profonda gratitudine per il sostegno di ACS, sottolineando che non si tratta soltanto di un aiuto economico: le preghiere e la vicinanza dei nostri benefattori sono altrettanto importanti. Ha inoltre richiamato l’importanza di rafforzare i cristiani nella fede. Spesso li definiamo le “pietre vive” della Terra Santa. Aiutarli a trovare un lavoro e a rimanere nelle proprie comunità è essenziale, ma lo è anche aiutarli a comprendere la loro responsabilità nel custodire e trasmettere la fede cristiana nella terra in cui Cristo è morto ed è risorto». Lynch ha visitato anche alcune comunità della Cisgiordania, dove le tensioni e le notizie di violenze da parte dei coloni sono al centro delle cronache. «Abbiamo visitato alcuni villaggi cristiani, tra cui Taybeh, dove si respirava un’atmosfera tranquilla e piacevole. Ma abbiamo potuto vedere gli insediamenti espandersi sempre più vicino ai villaggi e gli abitanti ci hanno spiegato quanto sia diventata difficile la vita quotidiana».
A pesare sulla popolazione sono anche le difficoltà negli spostamenti. «I posti di blocco in Cisgiordania rendono tutto imprevedibile. Un insegnante ci ha raccontato che alcuni studenti escono di casa alle sei del mattino e rientrano soltanto alle sei di sera, semplicemente perché, per proseguire gli studi, devono recarsi in altre località e attraversare diversi posti di blocco. Anche gli agricoltori erano preoccupati per la possibilità di raggiungere i propri terreni e raccoglierne i prodotti. Avevamo ricevuto notizie di ulivi dati alle fiamme, un fatto particolarmente grave perché l’olivicoltura garantisce un reddito a molte famiglie e gli alberi piantati in sostituzione di quelli distrutti impiegano dieci anni prima di produrre olive».


La presidente esecutiva di ACS Internazionale ha inoltre illustrato alcuni progetti con cui la Fondazione sostiene la Chiesa locale, fra cui la tipografia cattolica di Betlemme, che produce materiale religioso e didattico per il Patriarcato latino, le scuole e le congregazioni religiose. «ACS ha contribuito ad ammodernarne le attrezzature. La Chiesa incontra sempre maggiori difficoltà nel trovare tipografie disposte a stampare pubblicazioni cristiane, quindi disporre di una propria struttura è particolarmente importante. È un progetto molto concreto, perché offre un servizio alla Chiesa e, al tempo stesso, crea posti di lavoro per la popolazione locale. È un esempio di come il sostegno possa rafforzare sia la Chiesa sia l’economia locale». Un ulteriore progetto è il seminario di Beit Jala: «Lì abbiamo incontrato tre laici che partecipavano a un programma di formazione spirituale organizzato dal Patriarcato latino. Molti dei partecipanti avevano perso il lavoro e non potevano più esercitare la professione di guida turistica a causa della scarsissima presenza di pellegrini».
Ad accendere un faro sulla difficilissima situazione economica della Terra Santa sono anche le 20 organizzazioni promotrici della campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali (ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, Assopace Palestina, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra). In Cisgiordania, dicono gli organizzatori, «il futuro di 3 milioni di palestinesi dipende dalla fine dell’economia di occupazione». Le organizzazioni lanciano quindi un appello al Parlamento per l’approvazione della proposta di legge contro il commercio con gli insediamenti israeliani illegali e al Governo per il sostegno alle imprese palestinesi: un tessuto economico messo a dura prova da oltre 170 miliardi di perdite registrate tra il 2000 e il 2024.
Il settore privato palestinese resta oggi fondamentale per l’economia della Cisgiordania, con una produzione che spazia dall’olio d’oliva al sapone di Nablus, dai tessuti Tatreez a prodotti artigianali e alimentari. Tuttavia, imprese e piccoli produttori devono fare i conti con sempre più restrizioni. Le limitazioni all’accesso alla terra, all’acqua, alle infrastrutture e alla libertà di movimento incidono su ogni fase della produzione e della commercializzazione, aumentando costi, ritardi e incertezza. In tutta la Cisgiordania a oggi sono presenti circa 942 ostacoli alla circolazione, tra posti di blocco, barriere e chiusure, che spesso aprono e chiudono senza preavviso, con un aumento del 33% rispetto al 2023. Sul totale, il 20% impedisce persino l’accesso ai terreni agricoli. Le comunità palestinesi possono contare su appena il 20% dell’acqua proveniente dalla principale falda acquifera della regione contro l’80% destinato a Israele. Le conseguenze economiche di questo status quo sono catastrofiche.
Secondo l’UNCTAD, senza le restrizioni imposte da Israele il PIL della Cisgiordania, solo tra il 2000 e il 2024, sarebbe potuto crescere del 68% in più, evitando perdite economiche per circa 170 miliardi di dollari. Alle restrizioni si somma la violenza impunita dei coloni: tra gennaio e agosto 2026 si sono verificati oltre 1.600 attacchi contro le comunità palestinesi e le loro proprietà, con danni a raccolti, frutteti, infrastrutture agricole e costi aggiuntivi per le imprese. Ad incidere ci sono le restrizioni alle importazioni e all’export, procedure doganali complesse e la dipendenza dal sistema fiscale controllato da Israele. La sospensione dei trasferimenti delle entrate fiscali all’Autorità Nazionale Palestinese ha infatti aggravato la crisi economica, contribuendo ad accumulare arretrati per 1,82 miliardi di dollari verso il settore privato, riducendo il potere d’acquisto della popolazione. «Chiediamo al Parlamento di approvare senza ritardi la proposta di legge in esame della Commissione esteri della Camera: un atto che risponde a un preciso obbligo giuridico, non ad una mera opportunità politica – dicono i promotori – L’Italia deve inoltre attivarsi per sostenere il tessuto produttivo palestinese, e farsi promotrice in Europa del superamento dei blocchi commerciali causati dall’occupazione, facilitando l’acceso dei prodotti palestinesi al mercato unico, anche attraverso il recupero di negoziati per il rinnovo e adeguamento dell'Accordo di Associazione UE-Palestina».










