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A un certo punto si sono chiesti se, piuttosto che andare, non sarebbe stato meglio inviare in loco i soldi del biglietto aereo: troppi i voli annullati. Poi però hanno toccato con mano l'importanza della presenza e del portare vicinanza a quanti vivono nei Territori occupati della Cisgiordania. Da allora non hanno smesso di tornare almeno due volte all’anno e dall’estate 2024, la prima dopo il 7 ottobre e l’escalation della guerra fra Israele e Hamas, i pellegrinaggi già proposti dall’associazione Percorsi di vita si sono evoluti in campi di “presenza e servizio”. Perché, oltre alle naturali paure e preoccupazioni, non dimenticare la Palestina e quanti là abitano è una urgenza umanitaria, umana e spirituale: se la pace purtroppo è ancora lontana, a tutti noi è chiesto, infatti, di non dimenticare né Gaza né il resto della Terra Santa, come ha ripetuto più volte anche il cardinale Pizzaballa.
Un invito che questa estate è stato appunto raccolto da più di 30 giovani italiani tra i 20 ai 35 anni che hanno partecipato ai campi promossi dall’Associazione Percorsi di Vita in collaborazione AMO-FME e MAGIS.


Giovani “Artigiani di Pace”, secondo la felice espressione di papa Francesco. «Più che di campi di volontariato, mi piace parlare di un “tempo di presenza e comunità” – spiega Maddalena Cogorno, 32 anni, coordinatrice generale del progetto – Non siamo un’industria della pace. Non ci mettiamo in pericolo né mettiamo nessun altro in pericolo. Semplicemente, proprio come gli artigiani, facciamo qualcosa di piccolo: al centro dell’esperienza non c’è il fare quanto il mettersi a disposizione». I giovani sono quindi stati presenza preziosa in diverse realtà locali, nutrendo l’esperienza con un percorso spirituale fatto di meditazione quotidiana e di rilettura sapienziale delle giornate.
Cinque i luoghi “abitati” – Nablus, Jenin, Taybe, Betlemme e deserto di Giuda – e altrettante le realtà incontrate. «Il nostro spirito è metterci a disposizione, ci adeguiamo alle richieste delle comunità, anche solo per uscire da una quotidianità oltremodo pesante e buia. Così capita di giocare e fare animazione con i bambini ma anche di lavare i pavimenti, far visita agli anziani o potare gli ulivi: rispondiamo ai bisogni piccoli delle persone», dice ancora Cogorno.


A Nablus, con le associazioni palestinesi musulmane Human Support Association e Bait Alkaram, i ragazzi hanno contribuito ad animare i summer camp per bambini, promuovendo anche attività con adolescenti e di formazione per gli animatori e le donne. Nel deserto di Giuda hanno lavorato a stretto gomito con le Suore Comboniane, animando anche qui summer camp e sostenendo attività di empowerment per le donne con il progetto “Fili di Pace. Nelle parrocchie cattoliche di Taybe e Jenin hanno poi portato avanti attività di animazione, visita alle famiglie, lavori manuali di manutenzione dei locali, mentre alla fattoria solidale Tenda delle Nazioni, nelle campagne intorno a Betlemme, si sono prestati per i lavori agricoli.


«Evidentemente non risolviamo la guerra, ma i gesti di bene sono un argine al male – aggiunge il gesuita padre Francesco Cavallini, che ha guidato l’esperienza assieme al confratello Giacomo Andreetta e al professore Davide Di Palma – . Ogni gruppo ha poi visitato il campo profughi di Dbaya, dove ogni giorno c'è un'incursione. La presenza di esterni accende la speranza, fa sentire meno soli e mette in moto dinamiche positive».
I volontari sono stati ricevuti anche dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. Facendo riferimento al capitolo 13 dell’Apocalisse, Pizzaballa ha richiamato al valore delle relazioni, delle amicizie, delle reti di bene, ricordando che l’antidoto al male pervasivo risiede nei piccoli gesti. D’altro canto, da un anno con l’altro i giovani hanno trovato un contesto del tutto deteriorato, dal punto di vista politico come da quello sociale, con la popolazione sempre più frustrata dall’occupazione. Racconta Pietro Roncallo, 20 anni, fra i coordinatori del campo a Nablus: «Sono partito convinto di sapere quel che avrei trovato ma mi sono dovuto ricredere: i coloni e l’esercito hanno un atteggiamento ancora più aggressivo, la rassegnazione è cresciuta. Pur essendo stato in mezzo a giovani miei coetanei la parola futuro non è mai stata pronunciata. Parlare di avvenire sarebbe stato di poco garbo. Ripartendo ho poi avvertito una sensazione di vuoto e paura: cosa troveremo tornando il prossimo anno? Che ne sarà dei tanti amici conosciuti? Oggi per i giovani della Cisgiordania la resistenza è continuare a vivere, nonostante la paura».


«La situazione è difficilissima dal punto di vista economico ma non solo: è cresciuta a dismisura la frustrazione», conferma anche padre Cavallini. Per questo i volontari di Percorsi di vita hanno promosso una raccolta fondi – 60 mila euro le donazioni raccolte nei mesi scorsi con piccoli autofinanziamenti – per dare anche una mano concreta alla popolazione. Quanto possa essere difficile vivere (sopravvivere) in una terra dove dilagano violenza, prevaricazione, ingiustizia, lo possiamo solo immaginare. Così è un sollievo osservare come nelle foto dell’estate i sorrisi non manchino. «Le persone sono felici di stare insieme, un giorno dopo l’altro si generano relazioni buone, significative – riprende Cogorno – L’importante è dare continuità alla presenza: è l’unica forma di servizio che possiamo offrire. Immergersi nella vita locale è prezioso anche per noi. A volte ti chiedi “chi sta facendo servizio a chi?”. Tornano alla mente le parole di Gesù: “Venite e vedrete”: andare in Terra Santa è oggi anche un modo di custodirne la storia e la memoria, per farla conoscere poi anche nei nostri contesti italiani».
Quindi l’appello di padre Cavallini: «Parrocchie, associazioni, gruppi scout, dobbiamo tornare in Terra Santa! Si può fare ed è vitale per chi la abita. A parte pochi pellegrini, in Cisgiordania non c'era nessun occidentale: anche in mezzo al disastro testimoniamo, invece, la Buona novella! Seminiamo semi di bontà e pace».









