Parole pesanti, destinate a far discutere e a pesare sugli equilibri internazionali. In una lunga intervista a Politico, Donald Trump torna ad attaccare frontalmente l’Unione europea, definendola un insieme di «nazioni in declino, guidate da leader deboli». Un giudizio netto, che riapre ferite mai davvero rimarginate nel rapporto tra gli Stati Uniti e il Vecchio Continente.

Secondo il presidente americano, l’Europa sarebbe incapace di affrontare le grandi sfide del presente: dalla gestione dei flussi migratori alla sicurezza internazionale, fino alla guerra in Ucraina. Trump sostiene che i governi europei «parlano molto, ma decidono poco», accusandoli di essere paralizzati da divisioni interne e da un eccesso di mediazioni politiche.

Uno dei passaggi più controversi riguarda proprio il conflitto in Ucraina. Trump ha invitato il presidente Volodymyr Zelensky, in visita martedì a Roma dove ha incontrato papa Leone XIV e poi la premier Meloni a Palazzo Chigi, a «prendere atto della realtà», lasciando intendere che la guerra non può essere vinta solo con il sostegno militare occidentale. Una posizione che segna una distanza profonda rispetto alla linea seguita finora da gran parte dei Paesi europei, impegnati nel sostegno a Kiev in nome della difesa del diritto internazionale.

Trump ha inoltre paragonato Volodymyr Zelensky a P. T. Barnum, l'imprenditore circense e showman americano (1810-1891) noto per «Il più grande spettacolo del mondo» (Barnum & Bailey), immortalato dal film The Greatest Showman: «Lo chiamo P.T. Barnum. Sa chi era P.T. Barnum, vero?», ha detto, «era uno dei più grandi sulla Terra. Poteva vendere qualsiasi prodotto in qualsiasi momento. Questa era la sua espressione: “Posso vendere qualsiasi prodotto in qualsiasi momento”. Era vero. Diceva: “Non importa se funziona o no”. Ehm, ma lui è P.T. Barnum, sa. Lui... ha convinto il disonesto Joe Biden a dargli 350 miliardi di dollari. E guarda cosa ha ottenuto... ottenuto lui. Circa il 25% del suo Paese è scomparso». In passato The Donald aveva già definito sarcasticamente Zelensky come «il miglior piazzista sulla terra».

Non meno significative sono state le parole riservate ad alcuni leader europei considerati più vicini alla sua visione politica, in particolare nell’Europa centrale e orientale. Trump ha elogiato apertamente quei governi che, a suo giudizio, difendono «identità, confini e sovranità nazionale», tracciando una linea di demarcazione sempre più netta tra l’Europa “liberale” e quella “sovranista”.

Sul tema dell’immigrazione, l’ex presidente Usa ha ribadito la sua convinzione che l’Europa stia pagando il prezzo di scelte «ingenue», incapaci di coniugare accoglienza e sicurezza. Una narrazione che intercetta le paure di una parte dell’opinione pubblica, ma che semplifica una questione complessa, fatta di equilibri fragili, responsabilità condivise e drammi umani.

Le dichiarazioni di Trump arrivano in un momento particolarmente delicato per gli equilibri globali, segnato da conflitti aperti, tensioni economiche e una crescente sfiducia nelle istituzioni multilaterali. Le sue parole alimentano interrogativi profondi sul futuro delle relazioni transatlantiche e sull’idea stessa di alleanza fondata su valori comuni, come la democrazia, la cooperazione e la difesa dei diritti umani.

Per molti osservatori, il messaggio che emerge è chiaro: si rafforza una visione dei rapporti internazionali basata sulla logica della forza, sull’interesse nazionale e sulla competizione, più che sulla collaborazione. Una prospettiva che rischia di ridurre ulteriormente lo spazio del dialogo, proprio mentre il mondo avrebbe più che mai bisogno di mediazione, fiducia e responsabilità condivisa.

In questo scenario, l’Europa è chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo: restare spettatrice divisa o tornare a essere un soggetto politico capace di visione, unità e iniziativa. La sfida non è solo geopolitica, ma anche culturale e morale: decidere se il futuro sarà segnato dalla contrapposizione o da una rinnovata capacità di costruire ponti con gli Stati Uniti.