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L’annuncio della tregua arriva via social. Trump l’annuncia dalla mezzanotte (ora del Libano) tra il 16 e il 17 aprile. Al Sud si sentono ancora le esplosioni. Beirut attende.
«Intanto siamo qui», dice fra Elias Paolo Marswanian, padre custode del convento di San Francesco d’Assisi a Zahle, nella valle della Beqaa, a 30 chilometri dal confine con la Siria. Vede i profughi che continuano ad aumentare e, anche se il convento non è stato coinvolto, ha sentito i missili farsi sempre più vicini nei giorni scorsi. «Molte famiglie tornano indietro dalla Siria, soprattutto le sciite, perché non si sentono sicure lì». Al confine hezbollah è uno scudo contro l’Isis che più volte ha minacciato il territorio. Le frontiere di chiudono, le strade, soprattutto quelle di montagna, sono controllate dal governo siriano. Difficile la convivenza tra alauiti, sunniti e sciiti. Tanta la paura che ancora serpeggia anche tra i cristiani. «La situazione in Libano è più complessa di quello che si vede da fuori», aggiunge il frate. Che subito aggiunge: «Dio, però, non c’entra niente con la guerra. Il suo comandamento è “non uccidere”». E anche se «qui in Medio Oriente la religione è una cosa molto importante, molto forte e ciascuno cerca di portare Dio dalla sua parte usandone il nome, in questo modo non si arriverà alla pace. Come dice il Papa Dio non ama la guerra e non si può usare lui come scusa per uccidere e distruggere».
In questo momento il ruolo dei cristiani quale può essere?
«Vivere il Vangelo. Prima di tutto fare quello che Gesù dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero in prigione, siete venuti a visitarmi. Oggi ci troviamo nella situazione di dare da mangiare e bere, di curare le ferite, di accogliere quelli che sono scappati dalle guerre e si sono rifugiati nelle zone cristiane. Abbiamo aperto scuole e conventi perché abbiamo il dovere di soccorrere chi è nel bisogno. E poi preghiamo».
Avete fatto anche voi la veglia di preghiera in contemporanea con quella del Papa?
«Sì. In tutte le chiese, accogliendo l’invito del Papa, abbiamo fatto un momento di preghiera per la pace nel mondo, e soprattutto in Medio Oriente. Viviamo questa guerra con sofferenza anche quando siamo in zone più sicure e prendiamo forza, per affrontare questa situazione drammatica, dalla Pasqua appena celebrata, dalla risurrezione di Cristo».
Il Governo israeliano ha chiesto ai villaggi cristiani che sono nel Sud di cacciare i musulmani. Sta diventando una guerra di religione?
«No, ma è chiaro che in questo modo si semina odio. Anche con la morte di tanti cristiani a Beirut, sotto i bombardamenti giustificati con la presenza di Hezbollah. Il governo israeliano forse pensa di avere un vantaggio da una guerra civile. Ma noi ci siamo già passati e non credo che cadremo in questa trappola».
I cristiani pregano. Ma la preghiera ha davvero una forza?
«Lo ha detto Gesù nel Vangelo: “Pregate, pregate sempre”. E allora anche quando penso a cosa posso fare io come frate in questo momento nella mia comunità penso che posso pregare. Non ho il potere di parlare con Trump o con Netanyahu, o con l’Iran o con Hezbolla. Ma posso pregare. E fermare così il rancore, l’odio dentro di me. La pace arriva quando i cuori sono pacificati. Per questo la preghiera è una forza».
Il presidente Aoun ha detto che non consentirà di portare le armi a Beirut. È fattibile o è solo una speranza?
«Questa è una decisione importante ma ci vorrà tempo. Ci arriveremo, ma non sarà facile disarmare un partito che ha le armi da 40 anni».
Avete speranza che possa davvero arrivare la pace?
«Abbiamo speranza. Questa oggi è l’unica strada che si può seguire. Con la forza non possiamo guadagnare nulla. Abbiamo davanti anche l’esempio di Gaza. Sappiamo che la forza e la guerra non danno frutto. Prima o poi la pace dovrà arrivare».
Giovanni Paolo II definì il Libano un messaggio e anche Papa Leone quando è stato recentemente ha indicato il Libano come un modello di convivenza, un mosaico di pace. Quanto è importante il Libano nel contesto del Medio Oriente?
«Noi vediamo un Paese dove si può vivere la propria fede in libertà. E non sono solo proclami, ma fatti. Noi siamo mescolati. CI sono villaggi, edifici, quartieri dove ci sono sia cristiani che musulmani. Ci sono anche famiglie miste. Noi cristiani abbiamo tanti amici musulmani e i musulmani ci considerano amici. Alla fine siamo tutti libanesi. E ciascuno festeggia con gli altri. I musulmani ci hanno fatto gli auguri per Pasqua e noi per la fine del ramadan. Per noi è normale. Sono i grandi che giocano a dividerci, ma la popolazione non è così. È per questo che sia Giovanni Paolo II che papa Leone hanno ribadito che questo Paese è un esempio. Un esempio per tutto il mondo che vivere insieme è possibile. Lo testimoniamo tutti i giorni. Suoniamo le campane, ascoltiamo la loro preghiera parlante e a nessuno dà fastidio quello che fa l’altro. Anzi, c’è un profondo rispetto».
Ci sono anche dei luoghi di culto che frequentate insieme?
«Certo. C’è il santuario di nostra Signora del Libano. È un luogo per tutto. Siamo l’unico Paese al mondo che ha il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, come festa nazionale. In quel giorno i negozi sono chiusi e, ogni anno, in questa occasione, teniamo incontri islamo-cristiani per parlare della Madonna, sia quella del Vangelo che quella del Corano. Ho partecipato tante volte a questi momenti e ho visto la bellezza dello stare insieme e di parlare di Maria ciascuno dal suo punto di vista».
In questo periodo ci sono tanti pellegrinaggi a San Charbel?
«Sì, San Charbel è il primo santo libanese e la cosa più bella è proprio che lui non divide chi è musulmano e chi è cristiano. Quando si arriva lì si vedono tante donne con il velo, musulmane, che pregano per ottenere un miracolo e, quando lo ottengono, danno testimonianza. È un santo che unisce».
Cosa si augura per il Libano?
«Che risorga. Che si tolga questo velo nero che ci sta coprendo e che impedisce di vivere in pace, in tranquillità. Che si riscopra la storia del Libano. Da noi è nato l’alfabeto, qui c’erano i fenici, Gesù è stato a Tiro e Sidone, abbiamo il cedro che è citato nell’Antico Testamento. Questo Paese è benedetto dal Signore, è una Terra Santa e mi auguro che, proprio per questo, torni a essere terra di pace».
Israele ha denominato l’operazione contro il Libano oscurità perenne. Cosa ne pensa?
«Ogni volta che Israele fa qualcosa contro il Libano dà un titolo alla guerra. Questa volta parlano di tenebre, ma noi sappiamo molto bene che Gesù ha vinto la morte e Gesù ha sconfitto il male che sta nel mondo. Per questo la fiducia e la nostra fede sono più forti dell’oscurità, e la pace è più forte della guerra. Anche se non sappiamo quanto durerà, sicuramente alla fine quello che vincerà è il Signore, perché Lui ci ha detto che io sono con voi fino alla fine del mondo. Allora se il Signore è con noi, il Signore della pace, il Signore della vita che non è morto, ma che è risorto, sicuramente il buio o il male non avranno l’ultima parola».





