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Condannata anche in appello in Egitto Nessy Guerra, la donna originaria di Sanremo e mamma di una bimba di tre anni, finita a processo per adulterio a seguito della denuncia dell'ex marito italo-egiziano Tamer Hamouda, 28 Aprile 2026. INSTAGRAM/CHEZNESSY +++ ATTENZIONE: L'ANSA NON POSSIEDE I DIRITTI DI QUESTA FOTO CHE NON PUO' ESSERE PUBBLICATA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ NPK +++
La vicenda di Nessy Guerra, mamma di una bimba di tre anni, trattenuta in Egitto dove è accusata di adulterio e condannata in appello al carcere ci fa rabbrividire. «Quello che accade a Nessy Guerra» commenta Maria Teresa Manente, giurista e responsabile dell’ufficio legale Rete Differenza Donna «è la manifestazione estrema di un meccanismo che conosciamo bene nel nostro lavoro quotidiano con le donne vittime di violenza maschile e che denunciamo ormai da oltre venti anni: il partner violento non smette di esercitare controllo, possesso, potere sulla donna dopo la fine della relazione, ma continua attraverso la gestione dei figli minorenni perché non accetta la libertà della donna di autodeterminarsi. Arrivando come sappiamo persino a ucciderla e anche a uccidere i figli e le figlie. Quello che ci fa rabbrividire è la risposta dello Stato italiano. Questa donna chiede aiuto da tre anni. Ha lanciato centinaia di appelli pubblici, ma ancora di efficace è stato fatto da questo Governo».
L'ex marito per altro risulta già condannato per violenza e stalking in Italia.
«Lo Stato italiano sa perfettamente chi è quest'uomo. Lo ha processato, lo ha condannato in via definitiva, ne ha chiesto tre volte l’estradizione. Ma non è riuscito. La mancata estradizione non è un fatto neutro: è un fallimento della cooperazione giudiziaria e diplomatica che produce conseguenze concrete sulla vita di una donna e di una bambina di 3 anni che rischia di essere affidata a un uomo pericoloso che in udienza davanti al tribunale egiziano ha dichiarato di essere Gesù Cristo sceso sulla Terra per punirci».
In che modo la condanna già definitiva in Italia può essere fatta valere davanti alle autorità egiziane nella causa per adulterio e affidamento?
«Non esiste un meccanismo automatico di riconoscimento delle sentenze penali italiane in Egitto. Non c'è una convenzione bilaterale che lo preveda in questi termini. Tuttavia, anche nell'ordinamento egiziano l'interesse superiore del minore è un principio riconosciuto e il diritto di famiglia egiziano prevede che l'affidamento possa essere negato al genitore che rappresenti un pericolo per il figlio. Una condanna definitiva per violenza sessuale, stalking e maltrattamenti, tre richieste di estradizione inevase, e procedimenti penali aperti per maltrattamenti e tentata sottrazione di minore nei confronti della stessa Nessy sono elementi che qualsiasi giudice - anche egiziano - dovrebbe considerare come indicativi di un grave rischio per la bambina. Ma il canale decisivo è quello diplomatico.
Ricordo che l'Italia ha ratificato quella Convenzione e ha l'obbligo di attuarla anche nei casi transnazionali. Il GREVIO lo ha ribadito più volte nei suoi rapporti: l'autore di violenza, condannato nel Paese di origine, che si sposta o sposta il conflitto in una giurisdizione dove il sistema normativo gli è favorevole, la Convenzione di Istanbul (artt. 31 e 45) impone agli Stati di proteggere le vittime di violenza anche quando la violenza si proietta in una dimensione transnazionale».
Il divieto di espatrio imposto alla figlioletta può essere contestato o sospeso, considerando il precedente di violenza domestica del padre?
«Il divieto di espatrio sulla minore è lo strumento con cui l'autore di violenza tiene in ostaggio la madre. È la forma più devastante di violenza. Va ricordato che l'Egitto non è parte della Convenzione dell'Aja del 1980 sulla sottrazione internazionale di minori, il che elimina il meccanismo più diretto di restituzione. Ma l'Egitto è parte della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo e della CEDAW: la situazione di questa bambina, trattenuta in un Paese straniero sulla base di un provvedimento ottenuto da un genitore violento, può e deve essere portata all'attenzione degli organismi internazionali competenti».
Qual è la strategia legale più efficace e urgente?
«Nessuna strategia strettamente giudiziaria può funzionare senza un intervento forte dello Stato italiano a livello politico. Perché ha l'obbligo - non la facoltà, l'obbligo - di protezione. Lo impongono la Convenzione di Istanbul, la CEDU, la CEDAW. L'Italia deve attivare la protezione diplomatica formale, non la semplice assistenza consolare. Deve negoziare il rimpatrio di madre e figlia al massimo livello politico. Deve coinvolgere gli organismi internazionali - il Comitato CEDAW, il Comitato per i diritti dell'infanzia, il GREVIO - deve sollevare la questione nel dialogo bilaterale UE-Egitto. Altrimenti è solo fumo. Dopo tre anni di “assistenza legale e protezione” da parte di questo Governo la donna è ancora bloccata in Egitto, la condanna è stata confermata in appello, e il divieto di espatrio sulla minore resta in piedi. La questione è culturale e politica. Come sappiamo l'estradizione è un atto che richiede pressione diplomatica e negoziazione politica, non può essere lasciata ai canali tecnico-giudiziari. Oltretutto la donna è accusata di adulterio, un reato incompatibile con gli obblighi internazionali in materia di diritti umani».




