Sono trascorsi ottanta anni da quel 1939 che diede inizio a un evento che ha influenzato lo scorso millennio e anche il nostro. Una guerra che causò circa 70 milioni di morti. Il tributo più alto lo ha pagato l’Unione Sovietica con 23 milioni di morti. Poi la Germania con 7,4 milioni, il Giappone con 2,6 milioni, la Francia con 620 mila, l’Italia con 450 mila,  l’Inghilterra con 430 mila, l’Ungheria con 400 mila, la Cecoslovacchia con 350 mila, gli Usa con 220 mila, l’Olanda con 200 mila, la Grecia con 160 mila, il Belgio con 100 mila, la Norvegia con 12 mila. Solo la peste nera si è avvicinata a queste cifre, tra il 1347 e il 1353, causando la morte di quasi un terzo della popolazione mondiale tra 25 e 50 milioni di persone. Noi, alle soglie del terzo millennio, abbiamo fatto “meglio” dell’epidemia.

A distanza di tanti anni ormai le esperienze personali si stanno perdendo: una ricchezza che è conoscenza, ma anche ricordo per non tornare a sbagliare. Un patrimonio, quello di chi è stato testimone, che si sta affievolendo. Lo vediamo nelle giovani generazioni ove, in alcuni casi, ritornano pensieri e modi di fare che già in passato sono stati anticamera di conflitti e tragedie. Per questo bisogna sempre parlarne. A volte non serve capire, ma semplicemente conoscere. Come diceva Primo Levi «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».

La Seconda guerra mondiale è iniziata con l’invasione della Polonia, il primo settembre 1939, con una guerra lampo, così la chiamavano i tedeschi. In effetti dopo la Polonia, in breve tempo la Germania occupa la Francia centro-settentrionale e l’Olanda, tirando dentro anche noi italiani che, convinti di aver trovato l’alleato giusto, firmammo con i nazisti un “patto d’acciaio”. Il 10 giugno entriamo in guerra con un discorso di Benito Mussolini al popolo italiano, pronunciato dal balcone di Piazza Venezia, a Roma.

La prima mossa italiana fu di attaccare la Francia, già provata dalla guerra con i tedeschi, che dopo appena tre giorni, il 24 giugno 1940, firma l’armistizio. Nonostante l’ingente numero di perdite di vite umane Mussolini era convinto di poter condurre una guerra parallela a quella dei tedeschi. La prima sconfitta, però, arriva dagli inglesi nel mar Egeo e nello Ionio. Gli italiani conquistano la Cirenaica perdendo però le colonie di Etiopia, Somalia e Eritrea. Diventa chiaro che il nostro Paese non può continuare a sostenere il peso di una guerra solitaria. Cede alle offerte di aiuto della Germania, a fianco dei tedeschi, partecipa alla campagna in Russia di cui conosciamo le tristi sorti. L’aspetto più importante di questo periodo, però, è che la forte espansione, unita alla orrenda e crudele campagna tedesca, ma anche italiana, porta gli americani a entrare in guerra al fianco degli inglesi. Britannici e statunitensi firmano la “carta atlantica”: otto punti per stabilire un nuovo ordine democratico basato sull’autodeterminazione dei popoli, sul libero commercio, sulla cooperazione internazionale e, soprattutto, sulla rinuncia all’uso della forza tra Stati. Questa carta giunge all’indomani dell’invasione dell’Indocina da parte del Giappone, anch’esso schierato al fianco di Italia e Germania in un “patto tripartito”. L’obiettivo nipponico era quello di espandersi per tutto il Sud est asiatico, ambizione che lo porta ad attaccare Pearl Harbour il mattino del 7 dicembre 1941. Una sorpresa per tutti, soprattutto per gli americani che il giorno dopo dichiarano guerra al Giappone. L’11 dicembre Germania e Italia, tenendo fede al patto tripartito, dichiarano, a loro volta, guerra agli Usa. Intanto, in Europa, si consuma una immane tragedia:  sei milioni di ebrei vengono sterminati.

La supremazia di Italia, Germania e Giappone dura poco. Tra il 1942 e il 1943 i nipponici vengono fermati dagli americani nel Pacifico mentre gli statunitensi e gli inglesi bloccano i tedeschi nell’Atlantico. I russi sconfiggono e respingono i tedeschi a Stalingrado mentre i britannici iniziano l’offensiva nel Nord Africa contro italiani e tedeschi cacciandoli definitivamente nel maggio del 1943. È questo l’anno della svolta. In Marocco, a Casablanca, si firma il patto delle Nazioni Unite che ha come riferimento la carta atlantica. Si decide la strategia alleata per far cadere la Germania con una avanzata che inizia dalla Sicilia. Nel luglio 1943 lo sbarco alleato sull’isola. Il momento è favorevole, il fascismo ha perso credibilità e già si vedono le prime dimostrazioni di massa di malcontento popolare dovuto all’aumento dei costi della vita, alla fame e ai bombardamenti continui degli alleati. Il 25 luglio il Gran Consiglio vota la sfiducia nei confronti del duce che viene arrestato dai carabinieri alle 17,30 dello stesso giorno. Pietro Badoglio diviene il nuovo capo del Governo. Di colpo non c’è più traccia del Partito Fascista. Gli italiani erano convinti che la guerra sarebbe finita da lì a poco senza sapere, però, che l’epilogo sarebbe stato drammatico. Badoglio firma l’armistizio con gli alleati e l’8 settembre del 1943 scappa con il Re verso Sud, a Brindisi, territorio occupato dagli alleati. L’esercito viene lasciato allo sbando.

I tedeschi, però, il 12 settembre liberano Mussolini con l’intento di far rinascere uno Stato fascista sotto il controllo dei nazisti. Nasce la Repubblica sociale italiana (Rsi) con capitale Salò.Comincia la guerra civile tra l’esercito della Rsi e i  Partigiani che avevano dato vita al Comitato di liberazione nazionale (Cnl). Palmiro Togliatti fa nascere il Governo di Unità Nazionale costituito da membri del Cnl con a capo Badoglio. Rinascono i partiti: il Partito liberale (Pli), quello repubblicano (Pri), il Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup) e il partito comunista. Dall’eredità del Partito popolare comincia a nascere la  Democrazia cristiana.

Dopo un lungo stallo la Resistenza sfocia in una insurrezione generale. Il 25 aprile in Italia il Cnl ichiara la liberazione mentre i tedeschi abbandonano Milano. Mussolini viene catturato dai partigiani e fucilato e il suo corpo esposto in piazzale Loreto. Il Reich si spara un colpo nelle tempie e il 7 maggio a Remis si firma la resa dell’esercito tedesco.

Restava in piedi ancora il Giappone, ma dopo le bombe atomica su Hiroshima e Nagasaki, il 2 settembre 1945 l’imperatore Hiroito firma la resa decretando di fatto la fine della Seconda guerra mondiale.

Inizia una fase di ricostruzione generale. In Italia i nostri padri e le nostre madri con la loro straordinaria forza e volontà di ritornare a vivere felici rimettono in piedi il Paese e rendono la nostra nazione uno Stato moderno. Dobbiamo ricordarcene sempre perché «le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre».