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Paolo Mendico, il ragazzino della provincia di Latina che si è tolto la vita dopo essere stato a lungo vittima di episodi di bullismo (foto da Facebook)
Tre giorni di sospensione e le pagine di un diario che raccontano rabbia, umiliazione, solitudine. Atti di bullismo, forse perpetrati proprio da chi avrebbe dovuto difendere e tutelare. È questo il nuovo capitolo della tragedia di Paolo Mendico, il 14enne di Santi Cosma e Damiano, che si è tolto la vita il giorno prima dell'inizio della scuola, pochi mesi fa. La dirigente scolastica dell'istituto che frequentava è stata infatti temporaneamente sospesa
«Sanzionare la dirigente mi sembra veramente una scorciatoia» afferma lo scrittore e insegnante Marco Erba, «mi sembra un po' una caccia alle streghe e mi sembra davvero che ci sia un po' l'idea di mettere la testa sotto la sabbia, cerco un capo respiratorio e faccio vedere che ho dato una punizione esemplare e faccio vedere che sono intervenuto sul problema».
«In realtà» continua «il fatto che è di una drammaticità più inaudita non chiede scorciatoie, chiede una profonda riflessione educativa a 360 gradi e chiede la capacità di metterci in gioco tutti quanti. Perché quando si arriva a cose così tragiche, i temi sono due: uno, educare all'empatia, cosa che io dico sempre. e che dobbiamo fare tutti usando le nostre materie, non solo per trasmettere nozioni, ma per far capire quanto ogni essere umano è prezioso, è unico, è irripetibile e quanto la felicità passi dalla cura che abbiamo nei confronti degli altri. Questa cosa la dobbiamo fare tutti, noi genitori, educatori, noi insegnanti, nel nostro agire quotidiano che sia testimonianza di come il prendersi cura degli altri del mondo sia prezioso. Questa è la cosa, è uno degli elementi fondamentali secondo me per prevenire il bullismo. L'empatia, la capacità di cura sono le caratteristiche proprio degli esseri umani e quindi il bullismo smentisce questo».
La repressione pura? «Non serve, serve chiaramente impedire a chi vuole nuocere di farlo, ma il discorso è molto più ampio, come sempre ci diciamo sul tema della violenza giovanile, quindi un tema sicuramente è che invece di trovare capi espiatori, ognuno nel suo ruolo si impegna a dare testimonianza di cura e a usare la materia che insegna come insegnante per raccontare questo».
C’è poi un secondo aspetto che Erba vede nel suo mestiere di insegnante: «La fragilità dei ragazzi che hanno un dolore dentro, inespresso, terribile e non riescono a vedere la loro bellezza. Questa è una cosa molto diffusa che io vedo ogni giorno tra i banchi di scuola. Non vedi la tua bellezza e quindi, a volte, finisci per fare del male e - a volte - finisci ahimè per farti del male. C'è bisogno di guardare questi ragazzi, di farli sentire visti, di far sentire che noi teniamo loro ripeto anche questo, ognuno nel suo ruolo».
Di fronte a un fatto così tragico che spezza il cuore, che fare? «Lavorare sull'autostima della singola persona perché ognuno scopra il capolavoro che è e lavorare sull'empatia perché ognuno scopra che la felicità è donare e prendersi cura degli altri. Punizioni esemplari e repressione non servono a niente, sono propaganda e anzi sono molto tristi perché le vedo come una forma di banalizzazione di quello che è accaduto, è una scorciatoia comoda. trovare il colpevole, adesso non è questo il caso, o il mostro di turno, poi ovviamente non è il caso della dirigente, ma la tattica del capo espiatorio è una cosa che proprio non risolve i problemi».








