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Nicolas Hansen
Negli ultimi anni i dati pubblicati dall’INPS si sono moltiplicati, all’interno di una positiva strategia generale di maggiore trasparenza della pubblica amministrazione, in cui Istat, Ministeri, Banca d’Italia e altri enti mettono a disposizione della pubblica opinione dati e informazioni affidabili e ufficiali, che consentono di capire meglio dove va il Paese e dove va il nostro sistema di welfare. Così è particolarmente preziosa la pubblicazione del Rendiconto Sociale sulle pensioni erogate nel 2025, realizzato dal Comitato di indirizzo e vigilanza dell’INPS (CIV). Interessante anche il fatto che si tratta di un organismo – interno all’INPS – di rappresentanza delle imprese e dei sindacati, nella prospettiva di costruire sistemi di monitoraggio interno in cui anche le forze sociali siano coinvolte, in modo da non nascondere sotto il tappeto eventuali problemi.
I dati CIV-INPS 2025 segnalano alcuni cambiamenti significativi dei percorsi lavoratori nel nostro Paese, che hanno molto a che fare anche con le dinamiche delle famiglie. Nel complesso almeno tre dati strutturali meritano attenzione: in primo luogo emerge un deciso allungamento della vita lavorativa (sia donne che uomini vanno in pensione almeno un anno più tardi, rispetto al 2024); così – secondo elemento - le occasioni di anticipo pensionistico (le varie quote donna, 103, ecc.) sono state utilizzate in modo molto più marginale; da ultimo, le pensioni delle donne sono decisamente inferiori rispetto a quelle degli uomini (-34%), in peggioramento anche rispetto al 2024 (dove si parlava “solo” di un -24% a sfavore delle donne).
Questi dati confermano la complessa transizione che sta attraversando il nostro sistema previdenziale, la cui sostenibilità economica è messa a dura prova dal costante allungamento della vita da anziani – che significa pensioni percepite per molti anni - e dalla presenza, in questi anni, dell’arrivo in età pensionabile delle generazioni del baby boom, decisamente più numerose di quelle di chi oggi è al lavoro. Il sistema contributivo introdotto negli anni Novanta corregge e riequilibra il sistema, ma con pensioni decisamente più basse – e anche per questo i lavoratori rimangono al lavoro più a lungo.
Due elementi “familiari” meritano un’attenzione particolare, da questi dati: in primo luogo l’attività lavorativa in età avanzata rende molto meno disponibile la risorsa “nonni” come aiuto nella cura dei nipoti (meno nonni babysitter), tassello per molti anni insostituibile del welfare e della conciliazione famiglia-lavoro per tante giovani coppie con figli. Se i nonni vanno in pensione più tardi, saranno necessari molti più posti in asilo nido e un numero maggiore e più efficace di misure di conciliazione famiglia-lavoro per i loro genitori (anche come welfare aziendale). In secondo luogo, il perdurante svantaggio economico delle donne rispetto agli uomini, anche in ambito pensionistico, denuncia una disuguaglianza sempre più intollerabile nelle traiettorie lavorative maschili e femminili, dove le donne hanno percorsi lavorativi più discontinui, meno retribuiti (spesso nonostante perfetta parità di funzioni e competenze), spesso con maggiori part-time, il che, in un sistema solo contributivo, diventa un doppio svantaggio: oltre ad essere pagata meno quando lavori – o meglio, “proprio perché sei pagata meno” -, anche la tua pensione sarà inferiore. A questo svantaggio di genere, che colpisce le donne in genere, occorre aggiungere – e non dimenticare! – quello che si potrebbe chiamare “maternity divide”, vale a dire lo svantaggio specifico della donna che mette al mondo uno o più figli, che molto spesso vede un impoverimento immediato del proprio reddito (assenza dal lavoro, periodi di aspettativa, eventuale ricorso al part-time, anche quando per periodi brevi), che poi diventa un impoverimento differito nel tempo, dato che se lavori meno versi meno contributi, e quindi da anziana, quando si andrà in pensione, la pensione sarà inevitabilmente più bassa.
In tempi di emergenza demografica, in tempi di politiche per la natalità, sarebbe finalmente il caso di ripensare gli interventi economici e previdenziali di sostegno, favorendo le donne che scelgono di avere un figlio non solo per il loro presente lavorativo, ma anche per il loro futuro pensionistico – magari con contributi figurativi in più per ogni figlio, o con altri sistemi di protezione del reddito futuro. E non solo per incentivare la natalità, ma per garantire maggiore equità per le donne, e soprattutto per le donne che scelgono la maternità. Altrimenti, chi sceglie di mettere al mondo un figlio “paga due volte”!
*Francesco Belletti, direttore del Cisf









