Sgombriamo subito il campo dalla bufala che sta circolando in questi giorni. La proposta di legge presentata dal leghista Alessandro Morelli di riservare almeno un terzo della programmazione giornaliera delle radio alla musica italiana non è una reazione "sovranista" alla vittoria dell'"egiziano" (in realtà italianissimo) Mahmood all'ultimo Festival di Sanremo. Non si tratta di farina del sacco del governo gialloverde, ma di una questione di cui si discute da almeno vent'anni e che è stata periodicamente riproposta da esecutivi di ogni colore: l'ultima proposta, nel novembre 2017 era stata avanzata dall'allora ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, del Pd.

Contro la legge si sono scagliate le radio, secondo le quali  già ora la programmazione vede una netta prevalenza della musica italiana, rispecchiando una tendenza in atto nel mercato già da qualche anno che vede le nostre canzoni preferite a quelle degli stranieri nelle classifiche. Ma si tratta appunto solo di una tendenza che in quanto tale potrebbe cambiare. Non a caso le prime proposte "protezionistiche" furono avanzati in anni in cui, al contrario, in quasi tutte le radio si sentiva in larga prevalenza musica non made in Italy.
 
Dall'altra parte c'è invece la Siae guidata da Mogol che ha richiamato il sistema francese, dove dal 1994 le radio sono obbligate a trasmettere musica autoctona per una percentuale pari almeno al 40% della programmazione giornaliera. «In base ai nostri dati medi di ripartizione dei diritti d'autore, relativi al periodo 2010-2017, su dieci stazioni radiofoniche, soltanto quattro rispetterebbero la soglia del 33% della proposta di legge dell'Onorevole Morelli - prosegue Mogol -. Tale iniziativa avrebbe dunque un impatto positivo sul mercato radiofonico italiano, generando maggiori introiti in diritti d'autore e in diritti connessi e contribuendo ad aumentare la quantità di musica prodotta in Italia. Come sapete, promuovere la musica italiana significa infatti sostenere l'industria culturale del nostro Paese e quindi le tante persone che ci lavorano»

Il punto fondamentale, a nostro avviso, è che questa misura contribuirebbe, soprattutto nella parte in cui si obbliga le radio a riservare almeno il 10 per cento della programmazione giornaliera alle produzioni degli artisti emergenti, a rompere l'omologazione delle proposte che affligge tutte le radio generaliste. Quando facciamo zapping tra le varie stazioni sentiamo di norma sempre le stesse canzoni, italiane o straniere che siano, e sempre dello stesso genere, un pop il più delle volte banale. I Dj, tranne rare eccezioni, hanno smesso di svolgere un loro compito fondamentale: scovare e valorizzare nuovi talenti. Invece ora si limitano a chiacchierare tra una canzone e l'altra, rendendo così la musica un puro sottofondo.

Per restare a Mogol, Renzo Arbore giustamente non perde occasione per rimarcare come lui e Gianni Boncompagni, da conduttori radiofonici, siano stati fondamentali alla fine degli Anni Sessanta per far conoscere al grande pubblico un artista alieno ai canoni dell'epoca come Lucio Battisti. Oggi invece, se non fosse stato per le meritorie scelte del direttore artistico di Sanremo Claudio Baglioni, quale radio generalista avrebbe trasmesso una canzone di Mahmood, o degli Ex-Otago o degli Zen Circus? La proposta di legge può sicuramente essere migliorata, ma se andrà in porto non aiuterà di certo gente come Eros Ramazzotti o Laura Pausini, ma i tanti Mahmood o Mario Rossi che meritano di vedere riconosciuto il loro talento. Non si può continuare a delegare questo compito a Sanremo e ai talent show. Anche le radio devono tornare a fare la loro parte.