PHOTO
Un elettore vota al referendum in un seggio di Napoli
C’è un dato che più di ogni altro segna questo referendum costituzionale sulla giustizia: la partecipazione. Il 46,07% alle ore 23 della prima giornata di voto (si vota lunedì fino alle 15 e poi via allo scrutinio, ndr) non è soltanto un numero alto, ma un segnale politico e civile che rompe uno schema consolidato. È, infatti, la percentuale più elevata mai registrata nel primo giorno di una consultazione confermativa su due giorni, senza quorum.
Ma il dato diventa ancora più significativo se lo si legge nel dettaglio. La partecipazione è risultata particolarmente elevata nel Centro-Nord: l’Emilia-Romagna guida con circa il 53,7%, seguita dalla Toscana (52,5%) e dalla Lombardia (51,8%). Anche il Lazio mostra numeri molto alti (48,23%), con Roma oltre il 51%, quasi il doppio rispetto al referendum del 2020. Nelle grandi città spiccano Bologna (58,7%), Firenze (57,6%), Milano (53,8%) e Roma (51,5%). Più contenuta invece l’affluenza nel Mezzogiorno: Sicilia ferma al 35%, Calabria al 35,7%, Campania al 37,8%, con Napoli sotto il 40%.


Il confronto con il passato aiuta a cogliere la portata del fenomeno. Nel referendum costituzionale del 2020 sul taglio dei parlamentari, alla stessa ora (le 23 del primo giorno di voto) si era fermata al 39,4%, per poi arrivare al 51,1% finale. Nel 2016, con voto in un solo giorno, si raggiunse il 65,5%, con una netta vittoria del No. Oggi, pur trattandosi di un tema più tecnico, le stime indicano una partecipazione finale tra il 52% e il 65%, dunque in linea – se non superiore – alle ultime consultazioni politiche.
Eppure, proprio questo elemento rende il quadro più incerto. I sondaggisti, a partire da YouTrend, parlano apertamente di situazione “imprevedibile”. Per settimane si è ragionato in termini quasi automatici: affluenza bassa favorisce il No, affluenza alta favorisce il Sì. Ma un’affluenza così elevata, diffusa e trasversale, scompagina gli schemi. Come osservano gli analisti, anche l’incremento dei votanti nel Nord-Est – in province come Brescia, Verona e Treviso – introduce variabili difficili da interpretare.
Non è solo una questione statistica. Con una partecipazione così ampia, il risultato del referendum difficilmente potrà essere ridimensionato o letto come marginale. Qualunque sia l’esito, avrà un peso politico significativo. In gioco non c’è soltanto una riforma della giustizia, ma anche la percezione del consenso verso l’azione di governo e la tenuta delle diverse coalizioni.


In questo senso, lo sguardo internazionale coglie con lucidità la posta in gioco. Il settimanale tedesco Der Spiegel ha definito il referendum «un banco di prova per il gradimento che gli italiani nutrono nei confronti del governo guidato dalla premier Giorgia Meloni». E ha aggiunto: «Qualora la riforma giudiziaria venisse attuata, sarebbe necessario un emendamento costituzionale. Questo è uno dei motivi per cui i critici nutrono scetticismo. In linea di principio, nel Paese non ci sono molti dubbi sulla necessità di una riforma del sistema giudiziario. In Italia, i tempi per ottenere giustizia sono lunghissimi ma, se la maggioranza si opponesse alla riforma, ciò avrebbe un significato davvero rilevante per l’attuale esecutivo».
È forse questo il punto più interessante: al di là delle appartenenze politiche, emerge una domanda diffusa di partecipazione e di incidenza. Gli italiani, in un tempo spesso segnato da disaffezione e distanza, tornano alle urne in numeri importanti. Non è un dettaglio.
Resta ora da capire che cosa dirà questo voto. Ma una prima indicazione è già chiara: la democrazia, quando viene chiamata in causa su questioni percepite come decisive, è ancora capace di mobilitare. E questo, comunque vada, è un dato che interpella tutti.







