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Domenica 24 e lunedì 25 maggio si è votato in più di 740 comuni italiani, tra cui 17 capoluoghi di provincia, Salerno, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Andria, Trani, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento, Enna, Messina, e un capoluogo di regione, Venezia. Circa 6,3 milioni di elettori erano chiamati alle urne. Ne ha risposto, in definitiva, il 60 per cento: quasi cinque punti in meno rispetto alla media della precedente tornata. Un calo che, pur da leggere con cautela, quella tornata si tenne spesso in concomitanza con il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, conferma una tendenza strutturale ormai difficile da ignorare: la partecipazione al voto locale si contrae, elezione dopo elezione, anche quando la posta politica è alta.
Ed era alta, questa volta. Le comunali 2026 erano state salutate da entrambi i fronti come un test significativo in vista delle politiche previste per il 2027: il centrosinistra le guardava come un'occasione per capitalizzare la vittoria del No al referendum sulla giustizia; il centrodestra le affrontava come un banco di prova della tenuta del governo Meloni sul territorio. Il verdetto è incerto, com'è quasi sempre nei voti locali, ma alcune letture si impongono.
Venezia: lo tsunami che nessun sondaggio aveva previsto
Il risultato più eclatante, e il più politicamente rilevante, arriva dalla laguna. Simone Venturini, trentottenne ex assessore al Turismo e alla Coesione sociale nella giunta di Luigi Brugnaro, vince al primo turno con il 51 per cento dei voti, staccando di dodici punti il candidato del centrosinistra Andrea Martella, senatore del Pd. Tre sondaggi condotti tra fine aprile e inizio maggio davano Martella in vantaggio. È stato un abbaglio collettivo dei demografi, o qualcosa si è mosso nelle ultime settimane di campagna?
Le ipotesi sono diverse e non si escludono. La prima riguarda la questione dei candidati di origine bengalese inseriti nelle liste del campo largo: il centrodestra ha alzato i toni sull'integrazione e sulla richiesta di una moschea a Mestre, trasformando una dinamica ordinaria di rappresentanza civica in un'arma elettorale. Lo stesso Martella, dopo la sconfitta, ha ammesso che «le polemiche sui candidati bengalesi sicuramente qualcosa hanno pesato». La seconda ipotesi è più semplice: Venturini, cattolico, scout, con una lunga carriera nell'amministrazione cittadina, ha saputo presentarsi come un candidato di sistema, competente e rassicurante, mentre il campo largo faticava a costruire una narrativa credibile su una città che vive di turismo, di fragilità idrogeologica, di spopolamento. La terza ipotesi è quella che spaventa di più il centrosinistra: l'elettorato progressista, deluso o semplicemente stanco, ha scelto di restare a casa. L'affluenza veneziana è scesa dal 62 per cento del 2020 al 55,87 per cento, sei punti in meno, un calo più netto della media nazionale.
Giorgia Meloni ha telefonato a Venturini in diretta davanti ai giornalisti, nella notte dello spoglio, promettendo: "Aspettami, vengo a trovarti." Una frase di circostanza, ma anche un messaggio politico preciso: Venezia, per il governo, vale più di una semplice città amministrata bene.


Reggio Calabria: il plebiscito di Cannizzaro
Il risultato più netto, sul piano numerico, arriva invece dallo Stretto. Francesco Cannizzaro, deputato di Forza Italia sostenuto dall'intera coalizione di centrodestra, supera abbondantemente il 60 per cento dei voti, alcune proiezioni lo accreditano intorno al 68 per cento, lasciando il sindaco uscente Domenico Battaglia, candidato del centrosinistra, fermo a poco più del 22. Non è un'elezione: è un plebiscito. Reggio Calabria cambia così colore politico, passando dal centrosinistra al centrodestra. È uno dei soli due capoluoghi che in questa tornata hanno cambiato schieramento: l'altro, in senso inverso, è Pistoia.
La vittoria di Cannizzaro va letta nel contesto di una città che ha vissuto anni di gestione difficile e di attesa frustrata. Il commissariamento, e la stanchezza per un'opposizione percepita come inefficace, ha probabilmente amplificato il consenso verso uno sfidante che sapeva di poter vincere, e che ha costruito la sua campagna su questa certezza.


Salerno: De Luca è ancora lui, con o senza il Pd
Se a Venezia c'era sorpresa, a Salerno c'era una certezza che i numeri hanno confermato con abbondanza. Vincenzo De Luca — ex governatore della Campania, ex sindaco di Salerno per quattro mandati tra il 1993 e il 2015, è tornato a Palazzo di Città con circa il 58 per cento dei voti. Una vittoria netta, quasi scontata, con un elemento che merita attenzione: De Luca si è presentato senza il simbolo del Pd e senza il sostegno esplicito del partito. Una scelta che dice molto della sua statura politica personale, e molto, forse di più, delle difficoltà del Pd di gestire figure che ne trascendono il perimetro organizzativo. Sarà la quinta volta da sindaco di Salerno. Un primato di longevità amministrativa difficile da eguagliare nella politica italiana.
Palestina, alle elezioni vincono laici e moderatiDa Messina a Lecco passando per Pistoia e Prato
A Prato la vittoria del centrosinistra era attesa, ma arrivava in un contesto delicato. Il comune era sotto commissariamento da quasi un anno, dopo le dimissioni dell'ex sindaca Ilaria Bugetti, coinvolta in un'indagine per corruzione. Matteo Biffoni, già sindaco dal 2014 al 2024, due mandati al suo attivo, torna a guidare la città, battendo il candidato del centrodestra Gianluca Banchelli. Una vittoria che è anche una scommessa: Prato ha bisogno di ricostruire fiducia nelle istituzioni dopo una stagione turbolenta.
A Messina il sindaco uscente Federico Basile, espressione del movimento Sud chiama Nord di Cateno De Luca (con il sostegno della Lega), ha ottenuto la conferma al primo turno, superando la candidata del centrosinistra Antonella Russo e il candidato di Forza Italia Marco Scurria. A Mantova e Pistoia ha vinto il centrosinistra, con Andrea Murari e Giovanni Capecchi rispettivamente, e a Pistoia si tratta di una delle due inversioni di colore politico di questa tornata. A Enna ha vinto il candidato di centrosinistra Vladimiro Crisafulli; a Fermo il civico Alberto Maria Scarfini.
Sei capoluoghi, Lecco, Chieti, Arezzo, Macerata, Trani, Agrigento, non hanno prodotto un vincitore al primo turno: si tornerà alle urne il 7 e 8 giugno per i ballottaggi. Quella di Agrigento, Capitale italiana della Cultura 2025, è una delle sfide che il centrosinistra guarda con particolare interesse.


Il bilancio provvisorio, in attesa dei ballottaggi, è di una sostanziale parità. Il centrodestra porta a casa i due risultati simbolicamente più pesanti (Venezia e Reggio Calabria), ma il centrosinistra tiene le sue piazze forti (Prato, Mantova) e ne conquista qualcuna di nuova (Pistoia, Avellino, Andria). Non c'è il crollo che alcuni avversari del governo si aspettavano dopo la sconfitta referendaria sulla giustizia. Ma non c'è nemmeno la conferma di una salute trionfante.
Il dato che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dai colori, è (sempre) quello: l'astensionismo. Il 60 per cento di affluenza è tecnicamente ancora una maggioranza, ma il trend è inequivocabile: sempre meno italiani si recano alle urne anche quando si tratta di eleggere il sindaco del proprio comune, la figura istituzionale più vicina alla vita quotidiana. La politica locale, una volta il principale canale di formazione del consenso e di selezione della classe dirigente, si svuota di partecipanti. E questo, nel lungo periodo, è un problema di democrazia prima ancora che di tattica elettorale.
Per il centrosinistra e il suo "campo largo", mai stato davvero larghissimo, resta aperta la questione di fondo: come costruire un'alternativa credibile al governo in una fase in cui i singoli protagonisti (De Luca, per esempio) pesano più delle sigle, e in cui la frammentazione del Movimento 5 Stelle (assente o marginale in molte competizioni chiave) rende difficile qualsiasi addizione aritmetica. Per Meloni e il centrodestra, Venezia è un trofeo da mostrare, ma i problemi di radicamento territoriale di Lega e FdI — visibili anche in alcune sconfitte locali significative — non scompaiono con un risultato.


Perché le elezioni comunali non sono solo capoluoghi e grandi manovre di coalizione. Nei comuni piccoli e piccolissimi — e perfino in qualche grande città — si scovano storie che dicono molto su come funziona davvero l'Italia politica, amministrativa, umana. A Cene, comune di poco più di 4.000 abitanti in provincia di Bergamo, è un posto che occupa un posto speciale nella memoria della Lega: fu il primo comune italiano ad essere amministrato dal Carroccio, molti anni prima che il partito diventasse un fenomeno nazionale. Ebbene, domenica quella storia è finita. Ha vinto Roberto Radici, insegnante di sostegno, candidato di una lista civica. La candidata della Lega, Gaia Anselmi, aveva avuto difficoltà persino a completare la lista: trovare candidati disposti a presentarsi era diventato uno degli ostacoli principali della campagna. Non è solo una sconfitta locale. È un segnale, simbolico, certo, ma non per questo meno leggibile, delle difficoltà strutturali di un partito che aveva costruito il suo racconto identitario proprio su queste valli.
A Pedesina, in provincia di Sondrio, si contende da anni con Morterone, comune del Lecchese, 30 abitanti secondo l'Istat, il primato di borgo meno abitato d'Italia. Con i suoi 40 residenti iscritti, ha mandato alle urne 33 elettori. Ha vinto Valentino Maxenti con 18 voti, davanti a Mirko Gusmeroli (8 voti) e Giorgio Tarabini (7). Pedesina sorge all'imbocco della Val Gerola, a oltre mille metri di quota, ed è nota per il Bitto, uno dei formaggi d'alpe più pregiati delle Prealpi orobiche. Che si voti anche lì, con la stessa serietà e con le stesse regole di Venezia o Salerno, è uno di quei fatti che ricordano cos'è davvero una democrazia.
A Messina gli elettori si sono trovati tra le mani una scheda elettorale di dimensioni insolite: 26 liste a sostegno di cinque candidati sindaco, con 799 candidati consiglieri. Più d'uno si è lamentato della difficoltà di piegarla. Il dato, però, va contestualizzato: non è un record. Nel 2005, come ha ricostruito il giornale locale Letteraemme, si presentarono 1.765 candidati in 41 liste. Anche nel 2008 e nel 2018 i numeri erano superiori. Il partito di Cateno De Luca, Sud chiama Nord, aveva schierato in totale 1.010 candidati, tra consiglio comunale e circoscrizioni, un esercito di presenza capillare sul territorio. Alla fine ha vinto il suo sindaco uscente, Federico Basile. Una vittoria di sistema, oltre che di lista.
Infine l'ex portavoce del Movimento 5 Stelle e di Palazzo Chigi ai tempi di Giuseppe Conte si è presentato come candidato consigliere a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, dove la sua famiglia è originaria. Cosa ci faceva il volto più riconoscibile della comunicazione grillina in un comune di qualche migliaio di anime della Puglia profonda? La risposta è nel nuovo Codice Etico del M5S, all'articolo 2: per candidarsi al Parlamento o alle Regioni, è necessario essere stati precedentemente candidati in una lista comunale, raccogliendo un numero di preferenze non inferiore alla media della lista. Rocco Casalino ha preso 238 voti, risultando il secondo più votato della sua lista "Uniti si cambia" (che portava anche il simbolo del M5S). Non è stato eletto, il solo seggio conquistato dalla lista è andato a Isabella Vitale, con 345 voti, ma i 238 voti sono sufficienti a soddisfare il requisito del Codice Etico, aprendo formalmente la strada a una futura candidatura parlamentare nel 2027. Il campo largo a Ceglie ha perso: ha vinto il candidato del centrodestra Angelo Palmisano. Ma Casalino ha ottenuto quello che cercava. La politica, a volte, si gioca su scale molto diverse da quelle che sembrano.





