Il 25 maggio 2026, mentre si chiudevano i seggi nelle diciotto città capoluogo chiamate al voto per le elezioni comunali, emergeva un dato che dice molto più di qualsiasi dichiarazione di intenti: su ottantasei candidati alla carica di sindaco, solo nove erano donne. Una su quasi dieci. Il 10,5 per cento. È il risultato più basso degli ultimi anni, un arretramento che colpisce tanto più se si considera il contesto: l'Italia è governata dalla prima donna premier della sua storia, Giorgia Meloni, e il principale partito di opposizione, il Partito Democratico, è guidato da Elly Schlein. Due donne ai vertici assoluti del sistema politico nazionale. Eppure, nelle piazze e nei palazzi comunali, le loro colleghe restano quasi assenti.

I dati li ha calcolati Pagella Politica: nei diciotto capoluoghi al voto, da Lecco a Messina, da Venezia ad Agrigento, i candidati sindaco erano in totale ottantasei. Di questi, settantasette erano uomini. Per trovare una rappresentanza femminile ai livelli di appena dodici mesi fa bisogna tornare alle elezioni comunali del 2025, quando le candidate raggiungevano il 28 per cento del totale. Nel 2024 erano il 23 per cento; nel 2023, il 14; nel 2022, il 21; nel 2021, il 18. Quest'anno: appena il 10,5. La curva, con le sue oscillazioni, racconta una storia di fatica democratica che non smette di stupire.

Nove capoluoghi su diciotto non avevano nemmeno una candidata donna in lista: Mantova, Venezia, Prato, Macerata, Chieti, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento ed Enna. In nessuno di questi comuni, grandi o piccoli, del Nord o del Sud, una donna ha tentato di conquistare la fascia tricolore. E nei nove restanti, le candidate erano sempre e soltanto una ciascuno, in minoranza schiacciante rispetto ai colleghi maschi. Guardando poi alle sfide che contano davvero — quelle tra le due liste più votate — solo tre capoluoghi vedevano una donna competere ad armi pari: Andria, Fermo e Pistoia.

Andria, l'eccezione che conferma la regola

È ad Andria che bisogna guardare per trovare, in questo scenario sconfortante, un segnale diverso. Giovanna Bruno, candidata del centrosinistra, si avvia a essere eletta sindaca della città pugliese con risultati ancora parziali ma già sufficientemente chiari. Bruno è un caso isolato che, paradossalmente, rende più netta la solitudine del panorama generale. In un paese di oltre sessanta milioni di abitanti, con più di settemila comuni e centinaia di capoluoghi, una manciata di donne regge le chiavi delle città più importanti.

Guardando alla mappa attuale dei capoluoghi di provincia, il quadro è quello di un'eccezione permanente: Elena Carnevali, eletta nel 2024 a Bergamo con il Partito Democratico; Matilde Celentano, prima donna sindaca di Latina dal 2023 con Fratelli d'Italia; Patrizia Manassero, a Cuneo dal 2022 con il Pd; Adriana Poli Bortone, tornata a guidare Lecce nel 2024 per il centrodestra; Silvia Salis è stata eletta sindaca di Genova al primo turno durante le consultazioni del 25 e 26 maggio 2025. Nessuna delle grandi città metropolitane, Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna, Palermo, è oggi governata da una donna. Roma lo è stata con Virginia Raggi tra il 2016 e il 2021; Torino con Chiara Appendino nello stesso periodo. Entrambe le esperienze si sono chiuse senza eredi.

Il paradosso di un paese a trazione femminile (solo in alto)

Si diceva un tempo, delle grandi corporation americane, che esistesse un «palazzo di vetro»: le donne avanzavano nei ranghi intermedi, ma si fermavano sempre a un passo dall'apice. In Italia, il meccanismo sembra invertito, o forse semplicemente più complicato. Le donne raggiungono i vertici assoluti, la presidenza del Consiglio, la segreteria del principale partito di opposizione, ma restano escluse dalla politica di prossimità, quella che decide la vita quotidiana dei cittadini. L'anomalia ha un nome: il soffitto di cristallo di mezzo. Non in basso, dove la presenza femminile nelle giunte e nei consigli comunali cresce, sia pure lentamente, né all'apice assoluto. Il vuoto è nel mezzo, nelle candidature a guidare le città.

Il governo guidato da Meloni, in particolare, non ha certo brillato per attenzione alla parità di genere. Dopo le dimissioni di Daniela Santanchè, le ministre in carica sono cinque su ventiquattro ministeri totali: il 20,8 per cento. Come rileva la newsletter Politica di un certo genere curata da Micol Maccario per Pagella Politica, è la percentuale più bassa degli ultimi sette governi. Per trovare dati peggiori bisogna risalire all'esecutivo Monti (2011-2013), quando erano tre ministre su quindici, il 16,7 per cento. I governi Gentiloni, Conte I e Draghi erano riusciti a sfiorare il trenta per cento. La premier donna, in altri termini, non ha garantito un effetto-traino per le colleghe.

Il quadro generale: 1.187 sindache su quasi ottomila comuni

Il rapporto Donne in Comune 2026, realizzato dall'Anci per l'ottantesimo anniversario del primo voto femminile in Italia, offre un quadro più articolato e, in parte, meno sconfortante. Le donne nella rappresentanza politica comunale sono oggi 44.402, il 35,3 per cento del totale degli amministratori locali. Le sindache sono 1.187, cresciute di oltre otto volte rispetto alle 145 del 1986. Il 15,4 per cento dei sindaci italiani è donna. Numeri in crescita, certo. Ma ancora lontani da una rappresentanza equa.

La fotografia del rapporto ANCI rivela anche una disparità geografica marcata: il 43,7 per cento delle sindache è stato eletto in comuni del Nord-Ovest. Il Sud e le Isole, storicamente più refrattari, arrancano. Le donne che governano i comuni sono in media più giovani (49 anni di età media contro 52 dei colleghi uomini) e più istruite: il 49 per cento possiede una laurea o un titolo post-laurea, contro il 34 per cento degli uomini. Una riserva di competenza e di futuro che il sistema politico italiano stenta ancora a valorizzare pienamente.

Le quote non bastano. O non vengono rispettate

La legge prevede che nei comuni tra i cinquemila e i quindicimila abitanti nessun sesso possa essere rappresentato in lista per più dei due terzi dei candidati. Una norma ribadita dalla Corte costituzionale nel 2022. Eppure, in questa tornata elettorale, quasi la metà dei piccoli comuni, il 48 per cento, non è riuscita a garantire nemmeno un terzo di candidate donne nelle proprie liste. E nel 61 per cento dei comuni non capoluogo, la corsa alla poltrona di sindaco era riservata, di fatto, agli uomini: nessuna donna si era candidata.

Resta, alla fine dei conti, il peso di una contraddizione che il Paese non riesce a sciogliere. Ottant'anni dopo il primo voto esercitato dalle donne italiane, era la primavera del 1946, alle amministrative e poi al referendum istituzionale del 2 giugno, la politica di vicinanza, quella dei campanili e delle piazze, resta ancora saldamente in mano maschile. Giorgia Meloni ha infranto il soffitto di vetro più alto. Ma sotto di lei, quel soffitto si è fatto più spesso.