Doveva essere il grande giorno di Roberto Vannacci, la prova generale davanti al salotto buono dell’economia italiana, il passaggio dal comizio alla platea dell’establishment. Cernobbio come battesimo di rispettabilità. È andata diversamente.

Che il mondo industriale italiano abbia deciso di ascoltarlo non stupisce. La grande industria, quando si tratta di politica, è sempre stata di bocca buona. Ha digerito ben altro. Una parte importante dell’industria italiana sostenne il fascismo e con il fascismo collaborò; la Fiat stessa ebbe con il regime rapporti strettissimi. Figurarsi se, un secolo dopo, un Forum dell’establishment può avere problemi a mettere Vannacci sul palco contribuendo a rafforzarne l’immagine. Del resto una delle trasmissioni di punta della radio di Confindustria è condotta da un simpatizzante vannacciano e nessuno in viale Astronomia si è mai posto il dubbio. Dunque nessun dubbio se sia più utile ignorare certi fenomeni o offrirgli quella legittimazione che nasce inevitabilmente dall’invito. Ma questa è un’altra questione.

La questione vera è ciò che succede quando Vannacci, uno che è nel mirino della magistratura per ricostituzione del partito fascista, invece di parlare a una folla già conquistata, deve confrontarsi con qualcuno che gli risponde.

È successo anche a Cernobbio. E il generale è apparso molto meno irresistibile di quanto naviga sui social. Dalla sala gli ricordano innanzitutto le sue previsioni sbagliate sulla guerra in Ucraina, quando assicurava che la Russia avrebbe vinto rapidamente. Gli chiedono poi perché voglia ridurre la spesa militare proprio mentre considera la Russia un interlocutore decisivo della politica europea. Vannacci replica con i numeri: Mosca spende 160 miliardi, l’Europa 420, e dunque non ritiene possibile un attacco russo. Il riarmo europeo, sostiene, nasconderebbe piuttosto un’operazione economica a favore dell’industria tedesca.

È il suo metodo: prendere un problema complicato e trasformarlo in una formula semplice, meglio ancora se sospettosa. Funziona bene nella propaganda, meno quando qualcuno controlla le premesse.

Vannacci comincia dalla demografia: con un tasso di fertilità dell’1,41, dice, altro che Rearm Europe, servirebbe un “Reborn Europe”. Poi arriva al Vangelo: bisogna aiutare il prossimo, ma per lui il prossimo è innanzitutto «la mia famiglia, i vicini e gli italiani» creando una gerarchia e dimenticandosi che il cristianesimo è una religione universale in cui bisogna aiutare chiunque si trovi davanti a noi nel bisogno. Quindi Maastricht, l’euro, la Gran Bretagna uscita dall’Unione, l’Islanda che ha detto no, la Norvegia e la Svizzera che restano fuori.

Il quadro suggerito è quello di un’Europa fallita e abbandonata. Ma nello stesso intervento restano fuori i fatti che complicano la narrazione: l’Unione è passata da sei a 27 membri e altri Stati chiedono ancora di entrarvi. Prima dell’euro il costo del debito italiano arrivava all’11 per cento del Pil, oggi è poco sopra il 4. Se non ci fosse l’euro saremmo in giro a battere con le casseruole contro un’inflazione a due cifre, con le code ai supermercati al mattino prima che i prezzi aumentino a sera.

Poi l’automobile. Vannacci denuncia l’Europa che perde competitività e l’industria automobilistica che licenzia. Ma la crisi dell’auto europea ha anche un concorrente molto concreto: le vetture cinesi, diventate più competitive. Sull’energia denuncia prezzi troppo elevati, ma il costo dell’elettricità dipende anche dalle politiche nazionali. Sul gas russo parla di importazioni aumentate, senza ricordare che l’Unione ha già fortemente ridotto gli acquisti di idrocarburi dalla Russia e punta a interrompere completamente quelli di gas.

Il bersaglio resta sempre Bruxelles. Regole, sussidi, Green Deal. «Prima rompiamo una gamba, poi finanziamo la stampella», dice. E alla fine compare perfino una fantomatica «patrimoniale europea», della quale però, nel quadro riportato, non risulta alcuna proposta né a Bruxelles né nei Paesi dell’Unione.

Poi arriva Mario Monti. Il rettore della Bocconi. IL commissario europeo. Il presidente del consiglio chiamato a salvarci dalla tempesta finanziaria del 2011.

Ed è qui che il confronto cambia tono. Perché Monti non risponde a Vannacci con un altro populismo, ma lo prende sul terreno delle istituzioni e delle conseguenze concrete. Vannacci vuole il mercato unico ma diffida della Commissione? Monti gli ricorda che un mercato senza arbitro non funziona e che proprio gli imprenditori italiani rischierebbero di pagarne il prezzo. Vuole restituire tutto agli Stati? Monti gli domanda cosa potrebbero fare 27 piccole autorità nazionali, prese una per una, 27 nanetti davanti alle grandi piattaforme digitali americane.

Poi viene il punto politico, quello più duro.

Monti dice di non vedere in Vannacci la ricostituzione del Partito fascista. Vede qualcosa di più sottile: «la narrativa, la retorica, lo spirito del fascismo», l’idea della superiorità dell’Italia e degli italiani, fino alla domanda provocatoria sulla «razza italiana». Più che un fascista, un fascistoide.

È la vecchia scorciatoia nazionale: quando non si riesce a garantire più benessere, si distribuisce identità. Si consola il cittadino dicendogli non che starà meglio, ma che è migliore degli altri.

Supermario cita Camus: «Amo troppo il mio Paese per essere nazionalista». Poi Mitterrand: «Il nazionalismo c’est la guerre, è la guerra». E infine non lascia nemmeno l’ultima via di fuga: definisce il programma di Futuro Nazionale contrario, in molti punti, alla Costituzione italiana e alla Carta dei diritti dell’Unione europea.

«E, vecchio come sono, se ci sarà modo, spenderò tutte le mie ultime energie per impedirlo».

Doveva essere il giorno in cui Vannacci entrava nel salotto dell’establishment. Ne è uscito con qualcosa in più di una contestazione: la dimostrazione che gli slogan sono formidabili finché nessuno pretende di verificarli. A Cernobbio qualcuno lo ha fatto, alla bella età di 83 anni. Il mondo politico, di destra e di sinistra, ancora no.