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C'è qualcosa di più insidioso di una bomba: è l'idea che la precede, che la giustifica, che la rende, agli occhi di chi la piazza, quasi necessaria. Ed è proprio lì, in quell'ecosistema oscuro di propaganda, solitudine, traumi e manipolazione digitale, che il terrorismo europeo ha scelto di nascondersi. Non è scomparso. Si è trasformato.
È questa la fotografia impietosa e lucida che emerge dal VI Rapporto #ReaCT2025 sul terrorismo e la radicalizzazione in Europa, pubblicato il 29 aprile dall'Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo, diretto da Claudio Bertolotti e realizzato da Start InSight. Un documento che non si limita a contare gli attacchi, e i numeri, pure significativi, ci sono, ma che invita a uno sforzo di comprensione più profondo, quasi antropologico, di ciò che sta accadendo nelle periferie sociali e digitali del nostro continente.
I numeri: meno attacchi, ma non meno pericolo
Dal punto di vista quantitativo, il Rapporto registra una relativa stabilità, con una lieve flessione, degli attacchi terroristici di matrice jihadista in Europa: 99 attacchi nel periodo 2020–2025 (12 nel solo 2025), negli Stati dell'UE, nel Regno Unito e in Svizzera, lo stesso valore registrato nel quinquennio 2014–2018. Un dato che, a prima lettura, potrebbe sembrare rassicurante. Ma gli analisti mettono in guardia: la diminuzione numerica non equivale a una riduzione della pericolosità complessiva.
Il terrorismo non si è ritirato. Ha cambiato forma. Appare oggi sempre meno riconducibile a organizzazioni strutturate e sempre più caratterizzato da azioni individuali, spesso improvvisate o di tipo emulativo, messe in atto da soggetti radicalizzati al di fuori di circuiti gerarchici tradizionali. L'"attore solitario”, il lupo che nessuno vede arrivare, è diventato il profilo dominante della minaccia. E questo, paradossalmente, rende tutto più difficile: perché non c'è rete da smantellare, non c'è capo da arrestare, non c'è messaggio cifrato da intercettare. C'è solo un uomo, spesso giovane, spesso fragile, spesso invisibile alle istituzioni, che un giorno decide di passare all'azione.


La radicalizzazione non è un lampo: è un cammino
Uno dei contributi più preziosi del Rapporto è la descrizione del processo che porta alla violenza. La radicalizzazione non è un evento improvviso, ma un percorso graduale, alimentato da una combinazione di fragilità personali, marginalità sociali, traumi individuali e collettivi. Non si diventa terroristi per caso, né in un giorno. Si scivola, lentamente, a volte impercettibilmente, lungo un sentiero lastricato di rancori non elaborati, di esclusione sociale, di identità fragili in cerca di un senso, di una missione, di un nemico su cui scaricare il peso di un'esistenza percepita come fallita o ingiusta.
In questo cammino verso l'abisso, l'ecosistema digitale gioca un ruolo decisivo: social network e piattaforme online diventano spazi di propaganda, di costruzione identitaria e di legittimazione della violenza. Internet non causa la radicalizzazione, ma la accelera, la struttura, le dà un linguaggio e una comunità di riferimento, seppur virtuale. Offre a chi si sente solo nel mondo reale l'illusione di appartenere a qualcosa di grande, di giusto, di necessario.
La guerra che non si vede: colpire le menti prima dei corpi
Il concetto più inquietante, e più nuovo, che emerge dal Rapporto è quello di "guerra cognitiva". Il terrorismo contemporaneo non mira soltanto alla distruzione fisica, ma punta a colpire la percezione della realtà, la memoria e la fiducia, sfruttando emozioni, polarizzazione del linguaggio e manipolazione delle informazioni abilitata dall'intelligenza artificiale, per indebolire la coesione democratica.
Non si tratta più solo di bombe e coltelli. Si tratta di seminare sfiducia, di alimentare paura, di far percepire le istituzioni come nemiche e le democrazie come sistemi corrotti e indifendibili. La propaganda assume così una funzione strategica, diventando parte integrante del conflitto. E l'intelligenza artificiale, capace di produrre video falsi, voci sintetiche, notizie costruite a tavolino, diventa lo strumento più affilato di questa guerra silenziosa.
Come scrive Bertolotti, la sicurezza contemporanea non riguarda più soltanto la protezione degli spazi fisici, ma investe la sfera cognitiva, simbolica e relazionale delle nostre società. Proteggere una piazza da un attentato è ancora possibile con metal detector e telecamere. Proteggere una mente dall'infezione ideologica è molto più complesso, e richiede strumenti completamente diversi.


Un mosaico di estremismi: jihadismo, ibridazioni e nuove narrazioni
Accanto al jihadismo, che resta la forma di terrorismo più letale, il Rapporto analizza anche altre forme di estremismo violento e radicalismo antisistema, evidenziando fenomeni di ibridazione ideologica e contaminazione tra narrazioni diverse. Ne emerge un quadro dove i confini tra un'ideologia e l'altra diventano sempre più porosi: estremismi di destra e di sinistra, complottismi, nazionalismi violenti e jihadismo si contaminano a vicenda, pescano negli stessi giacimenti di rabbia e di risentimento, producono miscele esplosive e imprevedibili.
Questa fluidità ideologica è forse la sfida più grande per chi si occupa di prevenzione: non ci sono più movimenti monolitici con manifesti chiari e strutture riconoscibili, ma costellazioni di narrazioni tossiche che si aggregano intorno alle fragilità individuali come accade con certi virus opportunisti, pronti ad attaccare dove le difese sono più basse.
Prevenire è educare: la risposta che chiede coraggio
Il Rapporto sottolinea che il contrasto al terrorismo, alla radicalizzazione e alle minacce ibride non può limitarsi alla dimensione repressiva e all'uso di strumenti esclusivamente reattivi. Inseguire il terrorismo dopo che è esploso è necessario, ma non sufficiente. Occorre andare a monte, lavorare sulle cause, prosciugare le paludi in cui prospera la radicalizzazione.
Bertolotti lo dice con chiarezza: occorre rafforzare la capacità di lettura anticipatoria, investire nella cooperazione informativa, sviluppare strumenti di prevenzione fondati sulla conoscenza dei processi sociali e culturali, e soprattutto riconoscere che resilienza democratica, alfabetizzazione mediatica, educazione critica e cura delle vulnerabilità sociali sono oggi parte integrante della sicurezza. Parole che suonano come un appello alla comunità educante nel suo insieme: scuola, famiglia, parrocchia, associazioni. Perché la risposta al terrorismo non può essere solo militare o poliziesca. Deve essere culturale, relazionale, umana. Deve passare per il recupero di quei legami di appartenenza, alla comunità, a un sistema di valori condivisi, a una speranza collettiva, che la solitudine digitale e la marginalità sociale corrodono ogni giorno, silenziosamente, molto prima che qualcuno si radicalizzi.
Comprendere il terrorismo oggi, avverte il Rapporto, significa soprattutto capire l'ecosistema umano, sociale e simbolico in cui prende forma, prima ancora che si manifesti nella violenza. Un compito che appartiene a tutti noi.



