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Ci sono alcune considerazioni che si possono trarre subito dall’esito del referendum sulla giustizia. Innanzitutto l’alta percentuale di affluenza, non accadeva da tempo che tanti italiani andassero a votare: significa che la nostra Repubblica può ancora basarsi sulla democrazia diretta quando occorre, perché il Paese risponde. Non era certo scontato viste le basse percentuali di chi è andato alle urne nelle recenti tornate amministrative. Questo referendum sulla giustizia ha riportato gente ai seggi, ha rimesso in moto una partecipazione che sembrava logora come certe istituzioni che pretendono di rappresentarla. La democrazia diretta, quando non è ridotta a farsa o a strumento di propaganda, ancora funziona.
La vittoria del no è relativamente netta, dunque lascia dietro di se le macerie di un Paese spaccato, diviso, tagliato in due come una mela, polarizzato per non dire radicalizzato, grazie anche agli eccessi di questa campagna referendaria che ha visto toni molto accesi da una parte e dall’altra, tali da aver richiesto l’intervento del capo dello Stato per abbassare i toni. Un altro dato che colpisce è lo iato tra il Settentrione dei ceti produttivi che ha votato sì e il resto d’Italia, contrario a quella riforma.
Quanto alle conseguenze politiche, non si potrà certo far finta di niente dati i toni della campagna referendaria. La premier Meloni aveva già annunciato da tempo che non ci sarebbero state conseguenze sul piano della governabilità e che avrebbe terminato la legislatura. Ma è indubbio che la coalizione che la sorregge ne esce logorata (hai voglia a chiedere, come ha fatto il ministro Guardasigilli Nordio, di non attribuire al risultato un significato politico), e non poco. Il no alla riforma della giustizia è anche un altolà alle altre riforme in cantiere, dalla legge elettorale al premierato. E’ indubbio che oggi parte la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche, ma su un piano diverso da quello nei piani della maggioranza.







