Matteo Renzi e Roberto Vannacci hanno deciso di misurarsi sul terreno più congeniale alla politica italiana contemporanea: il girovita. Prima due miglia a nuoto e una mezza maratona, poi una maratona intera, perché anche nel ridicolo bisogna sempre rilanciare. E possibilmente pubblicare il video e farlo girare sui social.

Il generale, a mollo e a torso nudo, ha convocato Renzi il 4 ottobre in Sardegna. Renzi gli ha risposto che le cose a metà non gli interessano. Il generale si sarebbe «rammollito» frequentando Salvini e Tajani. Vannacci, dal canto suo, gli aveva intimato di risparmiare il fiato e lasciare il distintivo a casa. Tutto a colpi di reel. Sembrano due rapper adolescenti. Solo che invece delle rime hanno il cardiofrequenzimetro.

Il dissing, nato nella cultura hip-hop come scambio pubblico di insulti e provocazioni, è ormai diventato la più accessibile forma di confronto politico. Richiede meno fatica di un programma elettorale e garantisce più visualizzazioni di un convegno sull’industria o sulla pubblica istruzione. Nel caso di Renzi e Vannacci, tuttavia, il dissing si è evoluto in una nuova disciplina: il narcisismo aerobico. Sono gli epigoni di Grillo, che per la campagna delle regionali siciliane del 2012 dei Cinque Stelle attraversò a nuoto lo Stretto di Messina (poi però vinse il candidato del centrosinistra e Udc Rosario Crocetta, senza nemmeno mettere il costume).

Vannacci ha persino esteso l’invito a Calenda, Fratoianni, Bonelli, Tajani, Salvini, Bonaccini e Conte, trasformando la sfida in una specie di Giochi senza frontiere della Repubblica. Mancano solo Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri.

Il punto non è che un uomo politico debba essere sedentario, pallido e afflitto dalla gotta. Mostrarsi in buona salute è legittimo. Correre, nuotare e fare ginnastica è persino consigliabile. Ma c’è una discreta differenza tra tenersi in forma e trasformare il dibattito pubblico in una sfida da spogliatoio. La politica non è una gara per stabilire chi abbia più fiato, più addominali o una soglia anaerobica più elevata.

Soprattutto non si può agitare per mesi lo spauracchio di Vannacci a Palazzo Chigi, descriverlo come una minaccia per le istituzioni e poi invitarlo a una disfida sportiva, come se alla fine avessimo scherzato tutti. O Vannacci rappresenta un pericolo politico, e allora lo si affronta seriamente con argomenti, programmi e voti; oppure è un compagno di allenamento del gruppo podistico di Pontassieve con cui stabilire chi arriva prima al traguardo.

La faccenda diventa ancora più grottesca perché i contendenti non riescono ad accordarsi nemmeno sulla data. Il 4 ottobre Renzi ha la Leopolda, che a suo dire sopravvivrà anche al «fenomeno Vannacci». Dunque abbiamo una gara senza regole condivise, senza percorso definito e forse senza giorno stabilito. Finalmente una perfetta metafora della politica italiana.

Siamo peraltro un po’ stanchi di vedere Vannacci a torso nudo, in una riedizione balneare di Mussolini sulla trebbiatrice. E anche Renzi che palleggia cercando di imitare Messi potrebbe concedersi una tregua. Il vitalismo politico, quello dell’uomo forte, atletico, instancabile, che corre mentre gli altri parlano, appartiene a una tradizione nazionale non esattamente rassicurante.

Per fare politica non serve un fisico bestiale. Serve una mente politica. Serve la capacità di comprendere la realtà, scegliere, mediare, amministrare e perseguire il bene comune. Churchill (si parva licet) non avrebbe probabilmente vinto una gara di triathlon (il suo motto era “no sport”). De Gasperi non risulta abbia mai sfidato Togliatti nei cento metri. Ve lo immaginate Moro che sfida Berlinguer a calcetto? Eppure riuscivano, nel bene e nel male, a occuparsi del destino di un Paese senza sentire il bisogno di esibire il pettorale.Insomma: liberissimi di correre e nuotare. Sarebbe però opportuno ricordare loro che il Paese non ha bisogno di sapere chi dei due arrivi prima. Vorrebbe sapere, semmai, dove intendano portarlo.