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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Ignazio La Russa, Presidente del Senato della Repubblica, Lorenzo Fontana, Presidente della Camera dei deputati e Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei Ministri, durante la celebrazione del ''Giorno della Memoria'' al Quirinale
C’è stato un momento, nelle cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale, in cui la retorica smette di essere un alibi e diventa una prova di verità. È successo quando Giorgia Meloni ha pronunciato parole che non si possono liquidare come un passaggio obbligato del cerimoniale.
La presidente del Consiglio ha condannato senza ambiguità l’appoggio del Partito nazionale fascista e del regime di Mussolini alle persecuzioni razziali contro gli ebrei. Non un generico “errore”, non una formula neutra o ambigua buona per tutte le stagioni. Una denuncia che nasce da una una ricostruzione puntuale ormai acclarata dalla storiografia: dal Manifesto della razza del 14 luglio 1938 alle leggi razziali del 1938 (solo Italo Balbo fu contrario), firmate e controfirmate dallo Stato monarchico; dalla collaborazione attiva ai rastrellamenti, a cominciare da quello del 16 ottobre 1943 a Roma (quando, come scrive Giacomo Debenedetti i fascisti, che avevano collaborato a cercare le famiglie ebraiche, si aggiravano tra i deportati radunati e pronti per salire sui camion con un entusiasmo «da sagra di paese»), fino al ruolo infame della Repubblica di Salò, che fece da cinghia di trasmissione tra l’occupante nazista e la persecuzione sistematica (a cominciare dalla Decima Mas del “principe nero” Junio Valerio Borghese, futuro aspirante golpista).
Sono fatti. E quando si dicono i fatti, senza sconti e senza scorciatoie, si fa già un servizio alla memoria. Anche il presidente del Senato La Russa, anch’egli proveniente dall’eperienza politica del postfascismo dell’Msi di Giorgio Almirante ha parlato di responsabilità italiane e di «odio cieco e barbaro contro il popolo ebraico».
Il punto politico importante, però, è un altro. Giorgia Meloni non arriva da una biografia neutra. Il suo percorso affonda le radici nel postfascismo italiano, in quella lunga scia che dal Movimento sociale in poi ha attraversato la destra repubblicana attraverso varie riforme e vari passaggi (cui ebbe un ruolo fondamentale Gianfranco Fini con la sua visita al museo Yad Vashem di Gerusalemme). Proprio per questo, le sue parole pesano di più. Non perché “riparino” una storia — le storie non si riparano — ma perché rompono un riflesso antico: quello dell’autoassoluzione, del “non tutto”, del “ma anche”.
Dire, dal cuore delle istituzioni repubblicane e davanti al Capo dello Stato, che il fascismo fu corresponsabile della Shoah in Italia non è un atto scontato per chi proviene da quella tradizione. È una presa di posizione netta. Ed è, piaccia o no, una presa di posizione coraggiosa.
Qui non si tratta di conversioni improvvise né di patenti di antifascismo distribuite a buon mercato. Si tratta di una cosa più semplice e più dura: chiamare le cose con il loro nome. Il fascismo perseguitò gli ebrei italiani, li espulse dalla vita civile, li consegnò — direttamente o indirettamente — alla deportazione e alla morte. Punto. Senza se e senza ma. Una riparazione anche alla polemica innescata da un suo ministro, Eugenia Roccella, che parlò dei viaggi di istruzione ad Auschwitz degli studenti come «un modo per ribadire che l’antisemitismo era una questione fascista e basta. E quindi che il problema era essere antifascisti, non essere antisemiti», declassandoli a gite scolastiche.
Se una leader della destra di governo contribuisce a fissare questo punto, senza ambiguità, non è un dettaglio. È un fatto politico. E come tale va registrato senza pregiudizi.







