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Alla fine, il Paese si è svegliato come si era addormentato: con le stesse bandiere issate sui palazzi delle Regioni. In Puglia e Campania resta il centrosinistra, in Veneto il centrodestra. Due a uno, come nel più prevedibile dei risultati, speculare a quello di qualche settimana fa, quando la maggioranza di governo aveva fatto suo il bottino di Marche e Calabria, perdendo però la Toscana.
In termini calcistici, il risultato finale è tre a tre, anche se dietro il pareggio c’è un risultato importante della sinistra, che nelle Marche e in Calabria pareva ko. In realtà il riscontro più importante è che il campo largo (o campo progressista o semplicemente alleanza delle sinistre) funziona e si rivela una valida alternativa alla maggioranza di governo. E anche se è vero che il candidato grillino Roberto Fico ha stravinto in Campania, se andiamo a vedere i dati di lista i Cinque Stelle continuano la loro picchiata. Dunque la guida del campo largo, dopo settimane e settimane di scontri in area progressista in cui pareva un campo di Agramante, spetta definitivamente a Elly Schlein.
L’affluenza, questa sconosciuta
Il dato più onesto di queste regionali è quello che nessuno festeggia: 43,6%. Tanto — o meglio, così poco — è andato a votare. Cinque anni fa era il 57,6%. In Puglia ci si è fermati al 41,8%, in Campania al 44,1%, in Veneto al 44,6%. È la democrazia stanca, che si regge più per abitudine che per convinzione, e che ormai sembra accontentarsi di scegliere chi governerà senza troppa partecipazione. Non è un rifiuto: è sbadiglio, inedia politica, vuoto che può sfociare nel populismo o nel qualunquismo.
Campania: Fico stravince, Cirielli si arrende
In Campania, chi immaginava un epilogo diverso era in malafede. Roberto Fico, 5 Stelle, ex presidente della Camera, favorito da mesi, ha chiuso la partita con un rotondo 60,7%. Sul fronte opposto, Edmondo Cirielli si è fermato al 35,6%, nonostante il supporto insistito della premier. Perfino la lista Giorgia Meloni per Cirielli-FdI s’è fermata all’11,8%. Pd e M5S reggono bene, le civiche anche meglio: segno che, quando il centrodestra si affida più ai nomi altisonanti che alle radici nel territorio, perde di mordente.
Veneto: il feudo non si tocca
Il Veneto resta terra di destra. La Lega, trainata da dieci anni di dominio zaiano, si tiene stretto il fortino: Alberto Stefani, 33 anni, vicesegretario del Carroccio, vola al 64,4%, consegnandosi l’eredità di Luca Zaia (il re delle preferenze, oltre 200 mila). Giovanni Manildo, Pd, al 28,9%, ha giocato una partita senza vere possibilità. Colpisce, semmai, il 5% del medico no vax Riccardo Szumski. Dentro la coalizione, la Lega torna a respirare: oltre il 36%, davanti a FdI (18,7%) e Forza Italia (6,3%). Salvini, reduce dal flop toscano dell’ex generale Vannacci, questa volta, può davvero dire che “vince la squadra”.
Puglia: Decaro fa il vuoto
La Puglia era scritta. Antonio Decaro, ex sindaco, europarlamentare, recordman di preferenze, ha trasformato la candidatura in una marcia trionfale: 64,1%. Luigi Lobuono, imprenditore e candidato di centrodestra, si è fermato al 35%. Nemmeno male, considerato l’apparato messo in moto dall’altra parte. Il Pd, pur eroso dalle liste civiche, resta primo partito al 25,9%.
Le reazioni: tutti vincitori, nessun vincitore
Come da copione, nessuno perde. Schlein parla di «sconfitta di Giorgia Meloni», Meloni replica che il risultato veneto certifica la «credibilità del centrodestra». Renzi che con la sua Casa Riformista ha ottenuto un discreto risultato (intorno al 6 per cento) gonfia il petto: «Uniti si vince». Conte intona il suo usuale spartito: ha vinto «chi ascolta le difficoltà delle famiglie». Tajani si mette a fare i conti e arriva al 4 a 3 per il centrodestra, includendo persino la Val d’Aosta. È il calcio applicato alla politica: ognuno si costruisce il suo campionato.
La corsa alle elezioni politiche
Da oggi parte il lungo duello tra maggioranza e opposizione per le politiche, un duello che sarà interpretato molto probabilmente da due donne: Giorgia Meloni ed Elly Schlein. C’è da aspettarsi di tutto: persino che cambi la legge elettorale (il Rosatellum) come vorrebbero senza troppi pudori nel Centrodestra in senso proporzionale puro, perché questo sistema favorisce le coalizioni che tengono (il Centrodestra) e sfavorisce quelle che tendono a dividersi (il Centrosinistra). Un’ultima considerazione: la corsa alle politiche probabilmente vedrà il ritorno dei cattolici democratici (come Decaro, addirittura dato come il vero leader del Pd, visti i risultati plebiscitari in Puglia). Qualche segno di risveglio, come l’assise che si è riunita intorno all’aspirante leader Ruffini si vede, ma forse è ancora presto per tirare le somme. Da oggi si apre anche la caccia al primo partito d’Italia: quello delle astensioni, in gran parte serbatoio dell’elettorato attivo cattolico..






