L’Italia ha il Pil fermo all'1,9% dal 2007. Dei dati dell’ultimo rapporto Istat 2026 questo è di certo il più clamoroso. «È il dato che inquadra tutto il resto: non stiamo parlando solo di demografia, ma di un Paese che da vent'anni non cresce. Quando un'economia è ferma e imperversa l’incertezza, le famiglie giovani sono le prime a pagarne il prezzo, perché sono quelle che avrebbero bisogno di stabilità per fare progetti di vita — casa, lavoro, figli. Non è un caso che l'Italia sia anche il fanalino di coda in Europa per natalità: un Paese senza crescita è un Paese che smette di credere nel proprio futuro, e i figli sono la scommessa più grande che si fa sul futuro» afferma Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni familiari. «Per “far famiglia” serve certamente un grande desiderio e un profondo impegno. Tuttavia il benessere delle famiglie e il loro destino sono profondamente segnati anche dalle risorse economiche ed organizzative del Sistema Paese. Non riconoscerlo sarebbe miope».

Dal rapporto emergono altri dati allarmanti. Il 68,9% del lavoro di cura sulle donne.

«Questo dato racconta una politica sociale rimasta a metà del guado. Si è investito, in modo non del tutto efficace, sull'occupazione femminile, ma non si è investito altrettanto su chi dovrebbe permettere a una donna di lavorare e crescere professionalmente e al contempo avere una famiglia: asili nido, tempi delle città, condivisione reale del lavoro di cura tra uomo e donna. Finché fare un figlio resta un costo quasi esclusivamente femminile — in termini di carriera, di tempo, di stipendio — la natalità continuerà a scontare questo squilibrio, soprattutto al Sud dove il dato sale al 76%. Trovo rappresentativa la grande eco riservata in Italia al caso di Ocasio-Cortez che a 36 anni ha deciso di congelare gli ovuli per lasciare spazio al suo percorso professionale. Mi sembra un cortocircuito. Non una nuova libertà per le donne ma il paradosso di una società che non cambia e chiede ancora una volta alle donne di adattare il proprio corpo ai tempi del lavoro. La tecnologia fa grandi promesse che a volte portano con sé un cavallo di Troia. Permette di rinviare, portando con sé diverse conseguenze, ma non di risolvere. Il compito della politica non è aiutare le donne ad aspettare, ma togliere le ragioni per cui sono costrette ad aspettare».

Il 34,3% degli italiani dà aiuti informali a familiari o conoscenti...

«Questo è il numero che dimostra chi sta davvero reggendo il Paese: le famiglie. Denuncia anche un fatto in modo molto esplicito. Abbiamo dimenticato il principio costituzionale della sussidiarietà e le famiglie si trovano a sussidiare lo Stato in una pluralità di ambiti. Sono le famiglie a colmare le lacune del welfare pubblico, sostenendo costi e carichi che altrove sono coperti dallo Stato. Lo vediamo con la cura degli anziani, cove in assenza di una rete sufficiente di servizi domiciliari o residenziali pubblici, sono spesso figli e nipoti (o badanti pagate privatamente) a farsene carico; con l’infanzia laddove la scarsa copertura di asili nido pubblici fa sì che siano i nonni, di fatto, a garantire un servizio di welfare gratuito, oppure le mamme ad abbandonare lavori poco retribuiti; nel caso dei giovani adulti dove l'età media di uscita dalla famiglia d'origine in Italia è tra le più alte d'Europa, spesso per mancanza di politiche abitative o di sostegno al reddito per i giovani, con le famiglie che finanziano di tasca propria periodi di disoccupazione o studio prolungato; e ancora con la disabilità perché il carico assistenziale ricade in larga parte sui familiari (i cosiddetti "caregiver familiari"), spesso non retribuiti né adeguatamente supportati. Un welfare che non basta viene sostituito, silenziosamente e gratuitamente, dalle reti familiari — nonni che badano ai nipoti, figli che assistono genitori anziani. È una rete di solidarietà preziosa, ma non può essere la soluzione strutturale: se lo Stato scarica sulle famiglie compiti che dovrebbero essere pubblici, prima o poi quella rete si spezza, perché anche le famiglie hanno un limite di tenuta».

Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari

Altro dato riguarda la mobilità sociale bloccata (solo il 25% dei nostri giovani “sale” rispetto al padre)

«È forse il dato più allarmante per chi guarda al futuro dei giovani. Per la prima volta nella storia recente, in Italia si scende più di quanto si sale. Questo significa che promettiamo ai nostri figli un futuro peggiore del nostro, ed è un segnale che mina alla radice la fiducia delle nuove generazioni: perché mettere al mondo dei figli in un Paese che non offre più ascensore sociale, ma solo un piano scala che porta verso il basso? In questo panorama, il fallimento della scuola e la fragilità delle comunità educanti chiede un ripensamento profondo in termini di giustizia e di investimento. Una generazione che non spera un futuro migliore per le proprie discendenze, da un lato si insterilisce e dall’altro si fa egoista. Ecco che in questo clima matura il rischio di una generazione orientata solo all’oggi, ripiegata in una prospettiva ombelicale, che cerca i conflitti come luogo di affermazione del sé, piuttosto che promotrice di alleanze per la speranza perché il mondo che viviamo possa essere riaffidato un po' migliore alle nuove generazioni».

Nel frattempo, dal 2019 abbiamo perso l'8,6% di potere d'acquisto...

«Questo dato chiude il cerchio: i salari italiani non tengono il passo dell'inflazione, mentre il costo della vita — casa, energia, servizi per l'infanzia — continua a salire. Non sorprende che, come emerge anche dai dati Istat, oltre sei milioni di italiani dichiarino di aver rinunciato ad avere i figli che desideravano per motivi economici. Se poi raccogliamo i recenti dati sui consumi, rilasciati da Confcommercio, ci rendiamo conto che alcuni capitoli di spesa che si fanno sempre più prepotentemente significativi – la spesa tecnologica e digitale – sono in buona misura disfunzionali rispetto alla creazione, generatività e coesione di nuove famiglie e genitori. Siamo convinti che manca il desiderio di famiglia: manca la condizione materiale per realizzarlo».

In conclusione che fotografia del Paese emerge?

«Il Rapporto Istat 2026 fotografa un'Italia stanca, che invecchia e che continua a scaricare sulle famiglie — e in particolare sulle donne — il costo della propria tenuta sociale. È un Paese che chiede alle famiglie di supplire dove lo Stato arretra, senza però mettere le famiglie nelle condizioni di reggere quel peso. La denatalità non è la causa di questa crisi: ne è la conseguenza più chiara.

Oggi è necessario cambiare finalmente marcia. Smettere di trattare le politiche familiari come una voce di spesa tra le tante, e cominciare a trattarle come un investimento strutturale, stabile e pluriennale — non bonus una tantum, ma certezza di lungo periodo per chi decide di avere un figlio: dal lavoro femminile agli asili nido, dalla fiscalità family friendly ai tempi di vita e di lavoro. Il tema della natalità non è più negoziabile né rinviabile: riguarda la tenuta stessa del sistema Paese, ed è tempo che tutte le parti sociali — politica, imprese, sindacati — lo affrontino insieme, senza calcoli di convenienza elettorale».