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Non possiamo sapere come l’avrebbe presa frate Francesco, che predicava humilitate, se avesse immaginato di trovarsi capostipite di una nascente letteratura, non religiosa, non cristiana, letteratura e basta. Da lungo tempo nessuno ha più dubbi: il Cantico delle creature è ufficialmente il primo testo poetico della letteratura italiana, senza aggettivi.
Gli spetta, per priorità linguistica e dignità letteraria, in ogni antologia un primo posto di fronte al quale san Francesco d’Assisi si sarebbe magari schermito, non immaginando di aver fondato anche qualcosa di diverso da un ordine religioso, che ha valore anche per chi non ha fedea otto secoli di distanza. La sua importanza per la cristianità è nota, specie ora che quei versi hanno ispirato l’enciclica di un Papa che ha scelto non per caso di portarne il nome.
A 800 anni da quando fu scritto, mentre i Frati minori hanno avviato l'11 gennaio 2025 le celebrazioni, abbiamo chiesto di aiutarci a capirne la portata per la nostra cultura a Pietro Gibellini, filologo, già ordinario di Letteratura italiana a Ca’ Foscari.
Professore, che cosa conferisce al Cantico questa posizione?
«Intanto il fatto che si tratti del primo testo firmato da una personalità che non sia un fantasma, un anonimo. In secondo luogo che, prima del 1224, abbiamo solo documenti di poesia d’occasione di modesto valore espressivo».
Francesco De Sanctis però non lo metteva lì in testa, perché?
«Da uomo del Risorgimento fortemente laico, faceva iniziare la letteratura italiana dal Contrasto di Cielo d’Alcamo, testo di poesia amorosa di un giullare di cui si sa poco, perché lo credeva più antico di quanto non sia: in realtà è un testo popolareggiante, di un autore colto che si atteggia. Poi un po’ ha pesato l’ipoteca di Benedetto Croce, per cui si pensava che preghiera e poesia dovessero abitare stanze separate e lontane. Ormai però nessuno discute il ruolo del Cantico».
A che cosa dobbiamo questa considerazione?
«Intanto all’importanza culturale. È il primo salmo in volgare (nel senso di lingua italiana delle origini, discesa dal latino e già distinta da esso, ndr): Francesco introduce nella liturgia la lingua umile, viva, parlata, in pratica quello che farà Dante, ma con mezzo secolo di anticipo. Lo fa con un testo di grande qualità espressiva, molto superiore, almeno per la sensibilità moderna, al modello cui si rifaceva, cioè i Salmi di Davide e il 148 in particolare (che di Davide non è perché posteriore di almeno 5 secoli). La scelta del volgare è scelta di umiltà: c’è nel testo un tragitto dal sublime all’umile che è formale, ma anche di significato: si comincia con la parola Altissimo e si finisce con humilitate, umiltà. Francesco parte dagli astri e arriva al basso, ma dà del mondo una visione più sintetica rispetto al Salmo 148. Ha come riferimento le laudationes dei salmi dell’Antico Testamento, ma le Beatitudini rimandano al Nuovo: nei salmi non c’è mai la lode della sofferenza. Francesco canta la lode a Dio per la Creazione: tanto più toccante perché sa che il mondo non è eterno, ma transeunte come la vita umana, che però prepara a una bellezza ulteriore».
I Frati minori celebrano gli 800 anni nel 2025, lei parlava di 1224. Una data controversa?
«Secondo fonti antiche, Francesco lo compone nella sua cella, infestata di topi, tormentato da mali fisici, in una notte di angoscia al termine della quale sperimenta la Certificatio, una visione della salvezza, e tesse le lodi. Se il 1224 è la data di composizione, il completamento arriva dopo, vicino alla morte che avviene nel 1226».
(Intervista uscita su Famiglia Cristiana 2/2025)





