Certe storie sembrano scritte apposta per ricordarci che i sogni, a volte, trovano davvero la strada per diventare realtà. Quella di Andrea Kimi Antonelli è una favola moderna che parte da un passeggino parcheggiato accanto ai box e arriva, molti anni dopo, sul gradino più alto del podio di un Gran Premio di Formula 1.

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A Shanghai, il 15 marzo, il giovane pilota bolognese ha conquistato la sua prima vittoria nella massima categoria dell’automobilismo. Un successo che ha riportato il tricolore sul gradino più alto del podio vent’anni dopo l’ultima volta, quando a vincere fu Giancarlo Fisichella. Una vittoria celebrata con lacrime, con l’inno di Mameli cantato in mondovisione e con quell’aria ancora un po’ incredula di chi, nonostante il talento, continua ad avere lo sguardo limpido di un ragazzo.

La passione di Kimi Antonelli nasce praticamente insieme a lui. È figlio d’arte: suo padre Marco è stato pilota e oggi proprietario del team AKM, mentre la madre Veronica, ex impiegata delle Poste, è da sempre al suo fianco anche nel mondo delle corse. La leggenda familiare racconta che Kimi, appena nato, dormisse nel passeggino mentre i motori rombavano nei box. «Ricordo che lo addormentavo così», ha raccontato la mamma. Un ambiente che avrebbe potuto sembrare troppo duro per un bambino, ma che per lui è diventato semplicemente casa.

In realtà il padre non avrebbe voluto spingerlo verso quella strada. Avendo conosciuto le difficoltà del mestiere, sperava di risparmiargli le stesse delusioni. Ma quando nel 2011 lo fece salire su un kart «per gioco», capì subito che quel talento non poteva essere ignorato e che il figlio aveva delle qualità.

Il primo “assaggio” di F1 arriva nel 2014: Andrea è ancora troppo piccolo ed entra nel paddock nascosto dentro una pila di pneumatici. Il resto è storia nota: l’occhio dei Minardi, il coraggio di Toto Wolf che nel 2018 decide di investire su di lui. Meno nota la storia del suo nome che incuriosisce molti. “Andrea” è quello con cui lo chiamano in famiglia (anche se la mamma lo chiama anche “Andy” o “Topo”), ma “Kimi” è diventato ormai il marchio sportivo del pilota: «Mi piace ma quando mi scappa sento che non mi suona», ha detto lui. Non ha nulla a che fare conKimi Räikkönen: fu semplicemente il suggerimento di un amico di famiglia, anche se a Shangai, dopo la vittoria, lo speaker distratto ha fatto una clamorosa confusione annunciando come vincitore il pilota finlandese «Kimi Raikkonen».

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Antonelli è un ragazzo metodico, con piccole superstizioni: piega sempre i vestiti nello stesso modo e sale in macchina dal lato sinistro. Porta con sé due amuleti: un ciondolo appartenuto al nonno e un mini-casco del suo grande idolo Ayrton Senna. Tra i campioni che ammira ci sono anche Valentino Rossi, Lionel Messi e Michael Jordan. Il numero 12 sulla sua monoposto è proprio un omaggio al pilota brasiliano che continua a ispirarlo.

Il talento non lo ha risparmiato dalle difficoltà. Nel 2020, durante una gara di kart a Portimão, in Portogallo, si fratturò la gamba sinistra: un incidente che lo costrinse a fermarsi e a ritrovare con pazienza la fiducia in pista: «Ci ho messo un po’ a ritrovare la confidenza», spiegò. E poi ci sono stati gli errori, inevitabili per chi cresce in un ambiente competitivo come la Formula 1. Anche nel 2025, il suo primo anno nella categoria, ha attraversato momenti difficili: «A metà stagione ho pianto tanto», ha raccontato, «mi chiedevo se fossi davvero all’altezza». La squadra però gli è rimasta accanto e Toto Wolff, che aveva scommesso su di lui fin da giovanissimo, non ha mai smesso di crederci.

Nonostante la velocità in pista, fuori dall’abitacolo Antonelli conserva una semplicità quasi disarmante. Prima della maturità si portava spesso i libri in trasferta e, tra una sessione e l’altra, chiedeva persino qualche aiuto in matematica agli ingegneri del team o, scherzando, anche a George Russell, secondo pilota della Mercedes e ora suo primo rivale. Una normalità che contribuisce a renderlo particolarmente amato nel paddock.

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La sua vittoria ha un significato speciale per tutto il motorsport italiano. L’ultimo a riuscirci era stato Giancarlo Fisichella, che ha accolto il successo di Antonelli con entusiasmo e con parole piene di affetto: «Complimenti Kimi, era da un pezzo che ti stavo aspettando», ha raccontato ricordando il 19 marzo 2006, quando vinse il Gran Premio della Malesia con la Renault, «non immaginavo che sarebbe rimasto così a lungo l’ultimo successo di un pilota italiano. Abbiamo atteso tanto, troppo». Fisichella non nasconde la sua stima per il giovane collega: «Antonelli se lo merita. È un ragazzo d’oro, simpatico ed educato. L’ho incontrato diverse volte e ho visto subito che aveva qualcosa di speciale». E sul futuro ha aggiunto: «Può già lottare per il titolo? Perché no? Ha fatto un lavoro incredibile. L’importante è sfruttare le occasioni e continuare a crescere. Il talento c’è tutto». Dopo la vittoria Antonelli non ha nascosto le lacrime. «È uno dei momenti più belli della mia vita», ha detto pensando alla famiglia e al team che lo hanno accompagnato fin dai kart. Poi ha indicato il prossimo obiettivo con la naturalezza di chi sa che il cammino è appena iniziato: diventare campione del mondo. Piedi per terra, certo. Ma con quella determinazione silenziosa che spesso accompagna le storie più belle. Perché dietro il casco e la velocità, Andrea Kimi Antonelli resta prima di tutto quel bambino che dormiva tra i rumori dei motori, senza sapere che un giorno sarebbero stati il suono della sua vita.