Vien voglia di spettinare i riccioli a questo campione bambino, che sotto il casco piange strofinandosi gli occhi con i guantoni blu e che quando lo toglie ha l’aria di non capacitarsi dell’impresa. Lui che aveva ostentato calma da veterano prima di partire, mentre tra mamma e papà incamerava ghiaccio con una granita in previsione dei caldo torrido che gli sarebbe toccato sopportare nei 71 giri sul circuito del Gp del Messico.

La sera prima aveva sintetizzato così, con saggezza da ragazzo, la strategia di corsa: «Stare fuori dai casini». Strategia cui è rimasto fedele, ma non al punto da negarsi il podio nella gara della festa. Il quarto posto basterebbe abbondantemente per accontentarsi e festeggiare, ma insomma anche l’occhio vuole la sua parte nella sera italiana in cui, con il fuso orario torrido pomeriggio messicano, il più giovane campione del mondo della storia della Formula uno diventa matematicamente campione del mondo quando mancano quattro Gran Premi dalla fine.

Ma la gara è sporca e cattiva, con tante sportellate, e con una lunga sosta con bandiera rossa per l’incidente occorso a Bottas, una ruota che si punta per il cedimento strutturale della sospensione anteriore sinistra della sua Cadillac che finisce incastrata nelle barriere protettive costringendo il Gran Premio a una significativa interruzione. Incidente pauroso da cui per fortuna il pilota esce subito con le sue gambe.

Alla fine Antonelli chiude terzo nel Gp del Messico è c’è qualcosa di simbolico nel podio: i due più titolati ancora in corsa, Verstappen e Hamilton, e la quasi matricola che in una anno ha bagnato il naso a tutti. Ci sono 12 titoli mondiali su quel podio, l’ultimo è quello di Antonelli. La storia dice che il campione ragazzino, dopo una stagione di adattamento in Formula 1, e troppi uccelli del malaugurio, ha dato ragione a chi ha creduto in lui molto presto, come un Lionel Messi, dell’automobilismo: scoperto dal responsabile dell’Academy Mercedes, Gwen Lagrue è entrato, segnalato dalla Minardi, nel programma per giovani Mercedes a 12 anni, nel 2018, sotto l’ala di Toto Wolff.

A convincere a scommettere su di lui, un po’ alla cieca com’è sempre a quell’età, sarebbe stata la sua capacità di adattamento mostrata fin da ragazzino. Una maturità precoce che già sui kart faceva vedere l’attitudine che abbiamo visto in questo spettacolarissimo mondiale: non una sola condotta di gara, non lo stesso Kimi a ogni gara, ma tanti Kimi secondo le necessità: camaleontico e proteiforme, Antonelli ha dimostrato di sapersi gestire in base alle circostanze, capace di irruenza giovanile per vincere 9 Gp in una stagione, ma senza rischi soverchi, e dopo, quando la posta si è alzata e c’è stato bisogno di fare qualche calcolo, anche capace di non farsi ingolosire dall’azzardo, tenendo conto che, in una gara a punti, è necessario a un certo punto mettere mano al pallottoliere e mettere in cascina un secondo posto, rinunciare all’uovo oggi per la gallina ripiena domani, ma senza mai rinunciare a prendere il meglio possibile alle condizioni date.

E a volte il meglio in assoluto, a dispetto di tutto. Si pensi alle sue rimonte memorabili, su tutte quella di Monza da 19° a primo, penalizzato come da regolamento in griglia per la sostituzione di tre componenti alla Power unit del motore. Meglio di lui solo John Watson a Long Beach, nel 1983 vincitore dopo essere partito 22°.

Fuori di lì un ragazzo acqua e sapone, diplomatosi all’istituto tecnico Gaetano Salvemini di Casalecchio di Reno – il sobborgo di Bologna dove è cresciuto – nel 2025, subito dopo il primo podio conquistato in Formula1, maturità con traccia di italiano sul rispetto: lui che è un ragazzo educato e gentile, che non si offende neppure se a Singapore la Security del Gran Premio prova a fermarlo all’entrata, non riconoscendo nel suo viso poco più che adolescente il pilota in testa al mondiale.

In pista rispettoso sì, ma senza timori reverenziali, né verso il compagno di squadra Russell cui ha soffiato sul campo il ruolo di prima guida Mercedes Gran premio dopo Gran premio, né verso il mito Hamilton di cui ha preso il posto in squadra facendo vincere il fiato leggero della giovinezza sui 7 titoli mondiali della leggenda inglese che potrebbe essergli anagraficamente padre.

Meno di due mesi prima dell’esordio in Formula 1, in Australia, aveva preso la patente di guida, mostrando una emozione innocente raccontata Sara Giusti, direttrice della Motorizzazione, che lo ha esaminato: «Sapevamo chi fosse, ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte un ragazzo così emozionato. Era preparatissimo, ma un po' impacciato alla guida di una vettura normale con i pedali, non era sciolto, le monoosto sono assai diverse. Quanto alla teoria, ha fatto solo due errori, aveva studiato. È un ragazzo molto carino, umile. Uno che non cerca scorciatoie».

Non ha avuto bisogno, è arrivato prima degli altri, a vent’anni, come e dove nessuno mai, in un modo che non dà spazi a recriminazioni. «Too small too young», troppo piccolo, troppo giovane ha sentenziato qualcuno in passato, non sentendosela di scommetterci quando aveva solo 12 anni. Man mano che il Campionato avanzava quella frase è diventata il tormentone del rimpianto. Ma forse era profezia: chi avrebbe creduto prima del 2026 che si potesse vincere un Mondiale di Formula 1 a vent’anni? Too small too young anche per questo, si sarebbe detto. E invece no.