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Kylian Mbappé Lottin e, a destra, Achraf Hakimi Mouh, i due calciatori simbolo di Francia e Marocco.
Il bello dei Mondiali è che non puoi considerarli solo un torneo di calcio. Ci puoi leggere la storia, come in Argentina-Inghilterra con Maradona ai tempi delle Falkland (ma è un esempio come tanti). Stasera a Boston non giocano soltanto Francia e Marocco. Giocano i padri contro i figli, i passaporti contro i cognomi, la storia contro l’anagrafe. Da una parte la Francia, che ha colonizzato mezzo mondo e poi si è stupita quando mezzo mondo le è venuto a bussare alla porta reclamando la propria liberté. Dall’altra il Marocco, che di quella storia è stato protettorato, periferia, cartolina esotica, giardino segreto dei francesi con il senso di colpa e la seconda casa a Marrakech per la bourgeoisie.
Colonizzatori contro colonizzati, si dirà. Ma sarebbe troppo facile. Perché il calcio, quando vuole, sa essere più intelligente dei dibattiti televisivi. In campo non ci saranno solo due selezioni: ci saranno due memorie nazionali. La Francia con il gallo sul petto e con la sua eterna domanda: come si tiene insieme una Repubblica quando i suoi figli hanno radici sparse tra Africa, Caraibi, Maghreb e varie banlieue, da Parigi a Marsiglia a Lione? Il Marocco con i Leoni dell’Atlante, arabi e berberi (loro preferiscono definirsi amazigh), europei di nascita e africani per scelta, figli dell’emigrazione che parlano francese, spagnolo, arabo, dialetto familiare e lingua del pallone di una monarchia islamica dal volto illuminato (l’Islam che ci piace).
Era già successo in Qatar, quattro anni fa: il Marocco giocò, la Francia vinse. Succede spesso nella vita, prima ancora che nel calcio: chi ha più poesia non sempre passa il turno. Stavolta però il Marocco non arriva più travestito da favola. Non è più la squadra simpatica che fa ballare le madri in campo e commuove il mondo con le sue bandiere rosse. È una potenza adulta, moderna, organizzata. Una nazionale che ha capito prima di altri che il calcio globale non è più questione di confini, ma di appartenenze.
Prendete i suoi uomini. C’è chi è nato in Francia e ha scelto il Marocco. Chi è cresciuto nei vivai europei e ha deciso di vestire la maglia della terra dei genitori (come Haaland e la Norvegia). Chi avrebbe potuto accomodarsi nel salotto buono del calcio occidentale e invece ha preferito la stanza più rumorosa della casa: quella dove si tengono le fotografie dei nonni, gli odori della cucina, le parole ascoltate da bambini senza capirle del tutto. Issa Diop, Ayyoub Bouaddi, Brahim Diaz, Hakimi: non sono eccezioni folkloristiche, sono il nuovo atlante sentimentale del pallone.
La Francia, naturalmente, conosce benissimo questa storia, perché la vive ogni giorno. La sua nazionale è da decenni il più efficace ministero dell’Integrazione che Parigi abbia mai avuto. Altro che remigrazione. Molto più efficace dei discorsi ufficiali, molto meno ipocrita delle campagne elettorali. Zidane, Mbappé, Thuram: ogni generazione francese ha dovuto farsi spiegare da un calciatore che la patria non è una purezza, ma un impasto. E che la Marsigliese cantata da chi ha un cognome straniero non vale meno: semmai vale di più, perché contiene una scelta: Allons enfants de l’immigration.
Francia-Marocco è questo e altro. È Casablanca e Marsiglia, Rabat e Saint-Denis, il couscous e la baguette, il caftano e la tuta Nike, il muezzin e la laicità repubblicana che si guardano male da un secolo e intanto convivono nello stesso condominio. È Claude Rains il capitano Renault di Casablanca («fermate i soliti sospetti»»), che alla fine scopre di avere un’anima. È Yves Saint Laurent a Marrakech, il colonialismo diventato nostalgia chic. È Larbi Ben Barek, nato a Casablanca, stella in Francia e in Spagna, la Perla Nera prima ancora che il mondo imparasse a usare quella formula per Pelé (che lo ammirava fino a definirlo il dio del calcio). Sto divagando? In un partita ognuno ci mette quel che vuole. E’ il bello dei Mondiali.





