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Ricominciamo dai bambini. Dalla loro serietà, passione ed educazione. Riprendiamo a far giocare a calcio loro, a trovare ragazzetti appena più grandi che infondano loro fiducia, che ricordino cos’ha significato per loro essere squadra, divertirsi, segnare un gol, farsi male alle ginocchia e piangere per un fallo che ci ha fatto cadere.
Bambini e ragazzi, che giochino gratis, per premio una merenda, un libro, un biglietto del cinema. Poi, forse, tra dieci anni torneremo ad avere dei campioni.
Per le nostre squadre, che sono una passerella di giocatori stranieri, e per la nostra Nazionale, così umiliata e umiliante da far rabbia, non pena. Altroché consolazione, altroché le scusanti e la comprensione.
Via tutto il gruppo dirigente, via tutti i titolari della prima squadra, d’ora in poi si gioca con under 21 e under 18. E se si perde, almeno è salvo l’onore.
Basta con le chiacchiere sempre uguali di giornalisti e intrattenitori. Poi, se come dicono tutti, il problema è strutturale, si cambi, sordi alle pressioni economiche e amicali, alla brama di potere.
Un tetto numerico per gli italiani: puntiamo sui nostri ragazzi, tutti, anche i nuovi ragazzi figli di immigrati.
Sostegno invece ai centri sportivi che mostrino evidenti qualità educative, agli oratori, alle scuole. Con grande attenzione alla formazione degli allenatori.
Ai genitori: ben lontani dai loro figlioli, con sonore reprimende ed esclusione dal tifo se soltanto cedono un po’.
Via i telefonini, i filmati, non siamo alle Olimpiadi.
I nostri ragazzi eccellono nelle Olimpiadi: sono esempi di tenacia, coraggio, sacrificio.
Non si tratta di essere moralisti, ma il calcio è una metafora del Paese, e il declino non possiamo permettercelo.
Si cresce con la bella e necessaria fatica di una strada, non con il successo immediato.
Per questo tocca ricominciare dai bambini, non dai vivai, perché i bambini non sono piante né polli.
Leggerezza, spiegando che lo sport è gioco, e il gioco è una cosa seria.
In collaborazione con Credere
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