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Il momento dell'espulsione di Kalulu da parte dell'arbitro Federico La Penna durante Inter-Juve
Le minacce di morte non sono mai «sfogo». Sono un reato. E prima ancora sono un fallimento civile.
Dopo il derby d’Italia tra Inter e Juventus di sabato sera, la tensione sportiva è degenerata in qualcosa di molto più grave. Riepiloghiamo: durante il primo tempo il difensore nerazzurro Alessandro Bastoni è caduto a terra simulando un contatto (molto lieve, per la verità), provocando l’espulsione del giocatore bianconero Kalulu che era già ammonito ed è stato espulso dall’arbitro La Penna. L’episodio, che ha lasciato la Juve in 10 contro 11 per tutto il secondo tempo, ha scatenato polemiche sui social e tra i media, con critiche al gesto del giocatore e al ruolo dell’arbitro nella gestione della situazione. Proprio a La Penna, nella vita avvocato, marito e padre di due bambine, sono arrivati messaggi come «Ti sparo», «Ti ammazzo», «Sappiamo dove abiti».
Parole che non hanno nulla a che vedere con la critica, anche aspra, a una direzione di gara. Parole che fanno paura. Non a caso ha raccolto tutto e ha sporto denuncia alla polizia postale, che ha invitato lui e la famiglia a non uscire di casa per prudenza.
Minacce pesantissime via social sono arrivate anche ad Alessandro Bastoni, il difensore dell’Inter e della Nazionale in campo sabato sera, e alla moglie, con auguri di morte rivolti perfino alla figlia. Entrambi sono stati costretti a disattivare i commenti sotto i loro account ufficiali.


È un salto nel buio che interroga tutti: dirigenti, tifosi, media. Perché quando il linguaggio pubblico si avvelena, quando l’avversario diventa nemico, quando l’errore si trasforma in colpa morale assoluta, il passo verso l’odio è brevissimo. E i social – lo sappiamo bene – sono il palcoscenico perfetto per insultare e minacciare. Con il rischio, concreto, che qualche esagitato passi dalle parole ai fatti.
Il presidente dell’Inter, Giuseppe Marotta, ha fatto bene a riconoscere che c’è stato un errore: «C'è stato un errore di un giovane, è vero, ma chi non ne ha fatti?». E ancora, con maggiore chiarezza: «Certamente quello di Bastoni è stato esagerato e deprecabile». Parole importanti, che segnano un confine. Perché la simulazione, anche se qualcuno la considera “ordinaria” o facente parte della “malizia” di chi scende in campo, resta «un gesto non conforme ai principi di lealtà», come lo stesso Marotta ha ammesso, chiedendo «un’assunzione di responsabilità» e invocando anche un inasprimento delle sanzioni.
Nel dibattito di questi giorni sono intervenuti in molti. Tra questi anche l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, che ha ipotizzato l’esclusione di Bastoni dalla Nazionale come segnale forte sul piano educativo. È una proposta che divide, ma che nasce da una preoccupazione condivisibile: la maglia azzurra non è solo un traguardo tecnico, è un simbolo. E chi la indossa è chiamato a rappresentare un modello, soprattutto per i più giovani.
Allo stesso tempo, la vicenda riporta al centro la necessità di una riforma e di un utilizzo sempre più efficace del VAR. Perché da quando il calcio è industria, business, giro d’affari, azioni di Borsa ogni società non vuole essere danneggiata perché l’errore subito sul campo si traduce in una perdita economica. Attenzione, però: la tecnologia non può mai eliminare totalmente l’errore umano ma può solo ridurlo, né può eliminare la discrezionalità del giudizio che è sempre il frutto di una decisione di chi è chiamato a prendere una decisione. Regole più chiare, protocolli applicati con coerenza, comunicazioni pubbliche comprensibili: sono passi indispensabili (e, in parte, già compiuti) per disinnescare polemiche che, altrimenti, rischiano di trasformarsi in campagne d’odio. Se sul contatto Bastoni – Kalulu avesse potuto intervenire il VAR non sarebbero nate tutte queste polemiche. Fermo restando che un arbitro può anche sbagliare.
Proprio nei giorni in cui si svolgono le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, lo sport italiano è chiamato a un supplemento di responsabilità e non a dare lo spettacolo che sta dando dopo questa partita dove in tanti, anche estranei al mondo del calcio, hanno fatto a gara ad alimentare il fuoco della polemica. L’agonismo non può essere disgiunto dall’etica. Vincere non può diventare l’unico criterio. E l’errore – di un arbitro o di un calciatore – non può mai giustificare l’odio e le minacce di morte.
Serve una parola ferma e condivisa: le minacce non sono tifo, sono violenza. Non sono passione, sono barbarie. Difendere la dignità delle persone – arbitri, giocatori, dirigenti – anche quando sbagliano significa difendere anche il senso più profondo dello sport. E, in fondo, della convivenza civile.






