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I genitori di Jannik Sinner in primo piano nel 2024
Mamma e papà Sinner ci sono quando è importante, raggiungono il loro ragazzo d’oro giramondo quando gioca in Italia, a Torino o a Roma, e a Vienna non così distante dalla loro casa di Sesto in val Pusteria. Spuntano alle finali importantissime come Wimbledon e Parigi, si sa che papà Hanspeter a volte si presta a fare il cuoco (il lavoro di una vita) quando Jannik e il suo staff nei tornei lunghi sostituiscono l’albergo con l’affitto di una casa condivisa. È stato molto presente nel periodo duro del procedimento con la Wada, tra il momento in cui la notizia della contestazione sul caso clostebol è emersa, prima dell’Us open 2024, e la soluzione del caso che ha scagionato Jannik da ogni responsabilità personale ma che lo ha condotto a patteggiare tre mesi di sospensione per quella oggettiva, ossia per il tipo di responsabilità che un datore di lavoro porta per l’errore del suo staff in determinati casi.
La famiglia raggiunge il figlio quando c’è bisogno della vicinanza fisica dei legami. Arriva sporadicamente, per le partite importanti, anche mamma Siglinde, che gestisce il bed & breakfast a Sesto e ha lì i genitori anziani come ha spiegato Jannik di recente. Si sa che mamma soffre le partite e si emoziona ma ancora di più soffre le telecamere che la scrutano, con il loro occhio invadente e infatti, quando, c’è sceglie posti poco appariscenti. Papà Sinner se è presente ai tornei da solo, siede nel box con gli allenatori, ma mai in prima fila, apparentemente impassibile come Jannik in campo, non lascia trapelare le sue emozioni, si limita ad applaudire un bel punto senza proferir parola. Lascia allo staff il suo ben definito ruolo: nessuna parola leggibile sul labiale, nessun consiglio tecnico, nessun gesto che da fuori o dal campo possa essere interpretato. Quando anche la moglie è presente, tendono a scegliersi posti più defilati, più confusi nel pubblico (anche se ormai li riconoscono e li cercano), le loro cifre nella carriera del figlio – che non manca mai di ringraziarli – sono la discrezione e la riservatezza.
Presenza solida, ma alla giusta distanza, ma zero invadenza e zero intrusione. Anche nell’abbraccio che segue i successi tendono a dare la precedenza allo staff che con Jannik condivide il lavoro e contribuisce ai suoi risultati. Una forma di rispetto per la professionalità altrui. Si tratta di un modello di comportamento familiare alternativo a quello, ben più rappresentato nella storia del tennis nella forma padre-padrone e/o pigmalione, diventato famosissimo con l’uscita di Open, l’autobiografia senza reticenze di André Agassi, con il suo corredo di palline da tennis sospese al posto dei tradizionali aeroplanini, apine o farfalline sopra la culla, primo imprinting del futuro campione cresciuto a tavolino a suon di macchine sparapalle.
È il più famoso caso di campione a tavolino, perché il suo protagonista ha raccontato fuori dai denti il suo tennis vissuto più che come passione personale come imposizione altrui. Ma la storia del tennis è piena di “predestinati” per volontà paterna. Un modello genitorial-tennistico che è anche riuscito a impostare dalla nascita o quasi campioni e campionesse di successo. Se ne conoscono illustri esempi oltre a quello di Agassi: il più celebre e dichiarato è quello di Martina Hingis, svizzera, numero 1 a 16 anni nel 1997, battezzata così in onore della leggenda del tennis Martina Navratilova, per dire delle idee chiare genitoriali.


Ma ne fanno parte Steffi Graf, l’unica capace del Grand slam dopo Rod Laver, Jennifer Capriati, Monica Seles, Maria Sharapova, le sorelle Williams per citarne solo alcune. Soprattutto al femminile hanno in comune figure paterne molto presenti, che in qualche caso sono state ingombranti se non proprio al limite con il maltrattante.
Una modalità più comune al femminile per una serie di ragioni, tra cui il fatto che in molti casi al femminile si esplode atleticamente prima e in molti casi si è trattato di ragazze mandate sul circuito prestissimo, tra i 14 e i 16 anni: un circo formato-mondo in cui a quell’età non sarebbero potute andare da sole, a maggior ragione in tempi in cui, nell’impossibilità di collegamenti tecnologici a distanza diversi dalla teleselezione telefonica, il tennis professionistico significava scollamento dal mondo reale e dalle relazioni a meno di non averle al seguito.
L’indispensabile presenza di un genitore si è spesso tradotta in una molto presente figura paterna, che poteva essere protettiva come è stato il caso di Karolj Seles papà di Monica, che ha lasciato un grande vuoto, ma anche durissima come è stato per Mary Pierce. In tanti casi questa presenza si è anche fatta piuttosto ingombrante, soprattutto quando la precocità rendeva difficile capire quanto fosse il genitore a seguire l’inclinazione del figlio e quanto il figlio l’investimento fisico e emotivo del genitore.
La storia del tennis è piena di padri (e a volte ma meno madri) onnipresenti, a rischio di invadenza nelle scelte tecniche, e in molti casi di genitori-allenatori, una commistione di ruoli quest’ultima di difficile equilibrio che secondo una recente dichiarazione di Fefè De Giorgi Ct della Nazionale di pallavolo maschile andrebbe vietata per legge, per i guasti che può fare, salvo lodevoli eccezioni. Ne vediamo anche oggi esempi positivi e negativi: Alexander Zverev, dopo aver cambiato diversi tecnici è tornato al padre, anche Casper Ruud, Ben Shelton e Flavio Cobolli hanno sempre avuto i papà come punto di riferimento tecnico e si direbbero al momento relazioni equilibrate.
Una sibillina frase di Juan Carlos Ferrero, seguita da una altrettanto criptica risposta del padre di Carlos Alcaraz, ha portato intanto il cortile del tennis a qualche pettegolezzo non confermato né smentito su un possibile ruolo della famiglia del giocatore nel divorzio del numero 2 del mondo dallo storico coach.
Mentre è platealmente carica di tensione anche in pubblico la tormentata relazione di Stephanos Tsitsipas con Apostolos, padre coach con cui, soprattutto in questo momento di crisi del tennista greco, volano spesso gli stracci anche sul campo. Né si può dire che si tratti di una novità: nel 2020 il ragazzo, che ormai è cresciuto, si era preso un rimbrotto coram populo in conferenza stampa pure dalla madre.


In tema di discrezione la famiglia Tsitsipas, sembra proprio l’estremo opposto della famiglia Sinner, e chissà che non significhi qualcosa nelle parabole opposte dei due giocatori.
Siamo comunque alla punta dell’iceberg: i casi citati riguardano tennisti che hanno avuto successo, arrivati ai vertici. La grande domanda riguarda l’investimento familiar-emotivo di chi poi non arriva: la situazione emblematica ritratta nel film Il maestro con Pier Francesco Favino, con un ragazzino di modesto talento ostaggio delle ambizioni frustrate del genitore, destinato a subire senza raccogliere nulla se non rimproveri e cadute di autostima.







