Cosa succede nell’animo di un campione di calcio, specie se è il capitano di una squadra importante, quando la partita finisce, l’eco dei tifosi si spegne e si ritrova seduto su un autobus che, assieme ai compagni di squadra, lo riporta a casa? Magari, anche se ha vinto, si sente solo e triste. Magari si ritrova a piangere, senza sapere bene il perché.

Di sicuro di fronte a noi, dentro l’Allianz Stadium di Torino, è quello che sta facendo in questo momento il capitano della Juventus Manuel Locatelli dopo aver assistito alla proiezione di Stories of Strenght, l’emozionante documentario di Giuseppe Bertuccio D’Angelo, visibile su YouTube, che ha per protagonisti tre tifosi della Juventus che, in varie parti del mondo, hanno avuto problemi di salute mentale: Hani, che si è trasferito in Canada e per questo è stato abbandonato dalla famiglia d’origine; Johan, colombiano che non sa che fine abbia fatto il suo amato fratello; e infine Pietro che, a causa di una malattia che gli ha deturpato il viso, ha subito gravi atti di bullismo.

Cosa accomuna queste tre storie? Il fatto che per questi tre ragazzi la Juventus ha rappresentato un appiglio a cui ancorarsi nei momenti più duri, una comunità che li ha fatti sentire meno soli. E il fatto che la salute mentale non può restare un buco nero: bisogna condividerlo con qualcuno per poterne uscire. Anche quando sei un campione.

«Dal di fuori, noi siamo visti come degli esempi di forza, dei privilegiati», dice Locatelli ancora commosso. «E questo è sicuramente vero. Ma non è tutta la realtà. Anche noi abbiamo i nostri momenti di fragilità: io ho attraversato un periodo buio e ho chiesto aiuto a uno psicologo e lui mi ha fornito delle chiavi di lettura che mi sono state utili. Gli uomini fanno più fatica delle donne ad aprirsi, sono più portati a pensare “tanto ce la faccio da solo”, ma sbagliano». Un periodo difficile Locatelli l’ha passato sicuramente quando giocava nel Milan. Lanciato in prima squadra a soli 18 anni nel 2016, segnò un gol bellissimo a San Siro proprio contro la Juventus. Era nato un campione? Le aspettative aumentarono, ma non furono ripagate dalle prestazioni che diventarono sempre più opache: la pressione era troppa. Un altro al posto suo si sarebbe perso. Lui no, perché imparò una dote fondamentale: l’umiltà: «Ero solo un ragazzino, soffrii molto per alcune parole che mi vennero dette e sicuramente anche io ho commesso degli errori. Finché ho deciso di ripartire da una squadra di provincia: il Sassuolo». Un passo indietro rispetto al Milan ma «che si è rivelata un’esperienza formativa decisiva: se non avessi fatto quella scelta, ora non sarei qui».

Accanto a Locatelli c’è Martina Rosucci, capitana della squadra femminile della Juventus: «Noi mangiamo bene, ci alleniamo con gli strumenti migliori, ma il corpo non funziona se anche la mente non è a posto. Per questo è fondamentale avere una psicologa che ci segua sempre, che magari sappia interpretare un tuo disagio prima ancora che sia tu a confidarglielo. Anche io mi sento una privilegiata, nel senso che trovo la felicità nel lavoro che faccio. Ogni mattina mi sveglio felice pensando che tra poco sarò in campo con le mie compagne. E però nel corso della mia carriera mi sono rotta il ginocchio tre volte. Lucidamente, non so come starò tra qualche anno, ma per ora non ho mai pensato di smettere. Il calcio è stata la migliore medicina perché anche nei momenti più bui io mi immaginavo di nuovo su un campo, a correre felice dietro a un pallone».

La capitana della Juventus Martina Rosucci con la maglia della Nazionale italiana
La capitana della Juventus Martina Rosucci con la maglia della Nazionale italiana

La capitana della Juventus Martina Rosucci con la maglia della Nazionale italiana

(EPA)

Sia Manuel che Martina hanno potuto e possono continuare a contare sull’ambiente in cui sono cresciuti al di fuori dei campi da gioco. «Io sono cresciuto in oratorio», ricorda Locatelli, «ed è una cosa che consiglio a tutti i ragazzi di oggi: vivere quel tipo di quotidianità con i tuoi coetanei crea dei legami fortissimi e ti fa crescere tanto. Io poi facevo pure l’animatore e dovevo essere d’esempio per i bambini più piccoli. In un certo senso, già allora ero un capitano, ma con molta più spensieratezza di adesso». Il faro di Martina, invece, è suo fratello gemello Matteo. «Lui è nato quattro minuti prima di me e quindi è come se mi avesse aperto le porte. Gli dico sempre che lui è nato tutto ammaccato, graffiato come un cavaliere, mentre io sono uscita tutta rosa e pulita come una principessa. E da allora è sempre stato così: mi ha sempre protetta, difesa e incoraggiata». Ma chi è più bravo a calcio tra voi? «Sicuramente lui, un mancino estroso, tecnico che però non ha avuto la fortuna e forse la costanza che ci ho messo io per emergere: ma il più forte tra noi resta lui, non c’è dubbio». Anche a casa Locatelli, dove Manuel vive con la moglie Tessa e i figli Theo di tre anni e Edoardo che a settembre ne compirà uno, si ingaggiano delle sfide. Non con un pallone, però: «Con Theo giochiamo con le macchinine, con i camion, con le betoniere. Lui mi fa una testa così: altro che capitano della Juve. Fare il papà è molto più difficile. Ma è anche la cosa più bella del mondo».