Questa intervista è uscita sul sito di Famiglia Cristiana nel novembre 2010. Monica Seles è stata numero uno del ranking WTA per 178 settimane, vincendo in totale 53 titoli WTA in singolare, tra cui 9 tornei del Grande Slam e 3 WTA Championships. Nata nell’ex Jugoslavia ma naturalizzata statunitense, ha vinto il bronzo alle Olimpiadi di Sydney 2000 e tre volte la Federation Cup con gli Stati Uniti. Era numero uno del mondo il 30 aprile 1993, quando un tifoso della sua rivale Steffi Graf riuscì a sfuggire ai controlli e ad accoltellarla alla schiena al cambio di campo al torneo di Amburgo, un episodio che rovinò la sua carriera quando aveva solo 19 anni. Oggi ne ha 52, è tuttora ambasciatrice della Laureus Accademy dal 2005, le denunce di Matteo Berrettini e il monitoraggio sulle minacce a tennisti e tenniste da parte di haters e scommettitori hanno riportato di attualità la sua esperienza e questa intervista, che contiene tante riflessioni sul tennis, sulla vita dello sport di vertice e sulle sue complessità. Nel 2025 in occasione dell’Us Open l’ex tennista ha rivelato ad Ap di aver ricevuto la diagnosi di miastenia gravis, una malattia autoimmune. Ha deciso di condividere la sua esperienza per aiutare le persone nella stessa situazione.

L’INTERVISTA

Era giovane, acerba e “cattiva”, agonisticamente parlando s’intende. Monica Seles, nata a Novi Sad in Serbia e cresciuta tennisticamente all’accademia californiana di Nick Bollettieri, arrivò sedicenne sul circuito del tennis internazionale con la forza di un tornado: spazzava via, menando fendenti a due mani di diritto e di rovescio, tutte le palline che arrivavano sulla sua strada, accompagnandole con un grugnito che lo sforzo le strappava a ogni colpo. Le sue avversarie di allora dicono che faceva paura. Anche perché sembrava proprio che lei non avesse timore di sorta. Non era vero, ma questa è un’altra storia. La Monica che abbiamo davanti, il 18 novembre del 2010 in occasione di una tappa di Laureus, è una donna bella, elegante e consapevole di 37 anni.

La ragazzina eternamente concentrata che macinava palline alla velocità della luce appartiene a una vita fa. C’è di mezzo il percorso che fanno i bruchi per diventare farfalle e la fatica che costa diventare grandi in quella bolla trasparente e frenetica che è il circo del tennis mondiale.

Monica Seles a Monaco con Laureus nel 2019
Monica Seles a Monaco con Laureus nel 2019
Monica Seles, Laureus World Sports Awards - Salle des Etoiles, Monaco 2019 (REUTERS)

Ha cominciato a giocare e a vincere prestissimo, si è mai sentita in gabbia?

«Non direi, mi piaceva giocare e poi ho avuto successo presto ed era una sensazione meravigliosa. Il tennis sa essere uno sport meraviglioso: giochi con i tuoi amici, ti porta per il mondo, ti fa incontrare amici nuovi. Per me è stato un bel momento, glorioso».

La sua carriera e la sua vita sono state divise in due nel 1993 dal coltello di un fanatico, che invase il campo e la ferì alle spalle. Si disse che la ferita psicologica fu ancora più profonda...?

«Fu profonda anche nel corpo, ci misi molto a recuperare anche da quel punto di vista, ma credo che sì, ci fossero intrecciate la componente fisica e quella psicologica. Non era mai accaduta a un atleta una cosa simile e io ero giovane, avevo 19 anni. Mi sentii sola».

Com’è cambiato da allora il suo rapporto con la fama?

«Ero già famosa prima, ma quello era un effetto distorto folle della notorietà e soprattutto non c’era nessuno che ci fosse passato, cui chiedere consiglio per affrontare una cosa come quella. Poi passa il tempo e dimentichi, smetti di pensarci. È la vita».

Prima di allora entrava in campo sempre di corsa, eternamente concentrata, apparentemente senza timori, era davvero così?

«Un po’ sì, parlo veloce, vado sempre di corsa, il tennis in questo mi corrispondeva, è un gioco incredibilmente dinamico. Due punti possono fare la differenza e io credo di essere stata la prima donna a giocare con la stessa aggressività di diritto e di rovescio».

In effetti sì, sembrava così aggressiva che Martina Navratilova, la leggenda del tennis, ammise di avere un po’ paura di lei...

«Gentile da parte sua (ride), Martina è un’amica e se non ricordo male è stata la prima tennista donna a mostrare un tennis davvero d’attacco, mai che giocasse di rimessa. Era molto bello giocarle contro, credo che fosse un vero spettacolo anche per chi guardava i nostri stili diversissimi a confronto: io sempre a fondo campo lei sempre a rete. Ricordo una finale qui a Milano, non saprei dire chi l’abbia vinta ma ricordo che fu una magnifica partita».

Era il 1991. Perse Martina al terzo set...

«Martina era un idolo per me, era così forte e giocava un tennis vario come quello degli uomini, averla di fronte mi costringeva ad essere più aggressiva ancora».

Quando ha preso coscienza che la vita fuori era più complicata del campo da tennis?

«Finché sei adolescente vivi in proprio in una bolla, poi la vita ti costringe ad aprirti. Per me hanno inciso quella ferita e la morte di mio padre. Succede a tutti quano si cresce io credo che dovrò fare altra strada per crescere ancora».

Si è raccontata in un libro autobiografico: Getting the grip, riprendendo il controllo. L’aveva perso?

«Facevo una vita molto controllata, giocavo a tennis sei ore al giorno, a un certo punto ho capito che c’era una connessione stretta tra il cibo e il mio benessere o malessere. A un certo punto ho cominciato a perdere il controllo del mio peso e del mio modo di mangiare. è una cosa che ti fare stare male anche psicologicamente: ti specchi e ti dici, mio Dio che sto facendo? Capisci che ti fai del male. Ho capito che il controllo era tornato quando ho smesso di pensare all’ennesima dieta, ma ho trovato un modo di mangiare sano che non è un regime imposto con la forza ma uno stile di vita».

Perché ha deciso di raccontare pubblicamente una cosa così personale?

«A un certo punto ho partecipato a un programma Tv, l’equivalente dell’italiano ballando sotto le stelle, era tanto che non mi si vedeva in giro e l’attenzione della gente era tutta concentrata sul peso che avevo perso, non interessava a nessuno del mio tennis, fatto che sapessi o meno ballare. Li ho capito che la mia esperienza avrebbe potuto essere utile ad altre ragazze. Oggi anche nello sport l’aspetto conta molto, non è difficile cadere nella trappola dei disturbi alimentari. è importante far capire che conta come ti senti, che devi guardarti dentro e capire che cosa ti fa felice e non confrontarti con modelli irraggiungibili. La cosa che mi ha fatto più piacere è stato ricevere dopo il libro, un sacco di lettere di ragazze e mamme, che mi hanno riveltato di quanto era stata importante la mia esperienza per prendere coscienza di come il cibo aveva invaso la loro vita e di come le aveva aiutate a riprendere il controllo».

Che fa nella vita oggi?

«Faccio spesso incontri pubblici sui disturbi alimentari, destinati a donne e adolescenti, negli Stati uniti l’obesità tra i ragazzi è quasi epidemica, faccio periodi di allenamento agonistico con i bambini: unire tennis e bambini per me è il massimo, adoro entrambi. E poi c’è Laureus, di cui mi occupo nel tempo libero come tutti gli altri a titolo gratuito. Si avviano allo sport i bambini che vivono in realtà disagiate del mondo: qui non c’è intento agonistico, ma sociale, conta l’educazione».

Che cosa le ha insegnato il tennis per la vita?

«Anche se sei stato il migliore al mondo non lo diventi in una notte, attraversi molti alti e bassi, successi e sconfitte per avere successo e anche quando hai talento se non ti impegni non arrivi. Questa è una grande lezione di vita. Se vuoi veramente qualcosa, se sei bravo a fare qualcosa e vuoi avere successo devi sacrificarti, tante volte avrei voluto passare i pomeriggi a bighellonare con gli amici dopo la scuola e invece dovevo andare ad allenarmi. Tutto questo mi ha dato disciplina, ma anche un grande rispetto per le persone. Lo sport ti spinge ad avere a che fare con altri. Non devi arrivare in ritardo, devi pensare alle conseguenze che hanno sugli altri le cose che fai. La cosa che mi ha dato lo sport è un linguaggio universale che tutto il mondo capisce: Laureus ne è la prova, unisce ex grandi campioni di discipline ed epoche diverse, ma è come se avessimo vissuto assieme da sempre».

Gioca ancora a tennis?

«Sì, ma per divertimento, non faccio esibizioni, niente di competitivo».

È arrivata negli States che era bambina, come ha accolto la notizia della guerra che ha fatto esplodere il suo paese d’origine?

«È passato tanto tempo, ma io ancora non me la sento di tornare a quei tempi terribili, non saprei che cosa dire».

Che ruolo ha avuto nel suo percorso suo padre, perso presto?

«Se non ci fosse stato io adesso non sarei qui, non avrei mai giocato a tennis, è stato il mio primo tifoso, con l’aiuto di mia madre che a suo modo ha tenuto tutto in equilibrio. Perché le ragazze a quell’epoca non facevano sport e il tennis suonava snob. Mio padre si preoccupava che prima finissi la scuola e poi giocassi a tennis, era un tipo disciplinato, ma non mi ha mai messo una pressione esagerata. Aveva un’idea elevata della vita: non parlava mai di denaro e di successo, mi diceva sempre la cosa più importante per me è che tu abbia una vita che ti dà soddisfazione che tu sia felice. Anche adesso quando sono in difficoltà i miei pensieri tornano alle cose che mi diceva, a quando mi ricordava che la cosa più importante è trovare serenità ed equilibrio perché la vita sa essere molto dura».

È difficile scendere dal tennis?

«È vero è un circo e una bolla, e anche subito dopo tu hai il tuo piccolo team, le persone che ti seguono sempre, pochi buoni amici. Avevo già sperimentato una lunga interruzione quando sono stata ferita e non è stato troppo difficile. Semmai la cosa complicata sta nell’immediato, nella quotidianità. Sei abituata a giocare a tennis sei-sette ore al giorno, a correre da un aeroporto all’altro, ad andare a letto presto. Nei primi tre mesi. All’inizio pensavo ancora in quei termini: mi svegliavo e pensavo “devo alzarmi”, “fare e disfare la valigia”, “l’aereo”, “devo allenami”, e poi mi dicevo rilassati, puoi dormire, puoi fare un po’ più tardi la sera, è servito un periodo di transizione per prendere atto che stavo passando a una fase diversa della vita».

È davvero più felice?

«In parte sì, il tennis sa essere uno sport molto solitario, vivi eternamente concentrato, sempre con la valigia all’epoca non c’erano internet e skype per stare sempre connessi con il mondo. Sembra molto glamour da fuori ma giorno per giorno è faticoso, è una carriera breve ma intensissima, assorbe tutto, devi essere sempre concentrato, e più vinci più giochi, è un susseguirsi continuo di tornei aerei e fusi orari. Viaggi molto ma vedi solo campi da tennis e aeroporti. E quando piove stai ad aspettare chiuso in uno spogliatoio. Quando c’era la Federation cup tiravo un sospiro mi sembrava bellissimo avere qualcuno con cui condividere la responsabilità».

Com’è gestire tanta pressione da ragazzi?

«Complicato, perché la pressione ti viene addosso all’improvviso, cominci a vincere e a guadagnare e, da persona normale che sa fare bene una cosa, improvvisamente fai notizia. Una cosa banale come il fatto che mangi una fetta di pane diventa un articolo su di te. E tu magari a 16 anni cambi gusti ogni minuto: un giorno ti piace un tipo di musica, il giorno dopo un’altra. All’inizio non capivo. Mi chiedevo: "ho 16 anni che vogliono?”. È stata dura prendere atto che da ragazzina sconosciuta ero diventata oggetto della curiosità di tutti: mi riconoscevano, guardavano che cosa, mangiavo, che cosa indossavo, che cosa dicevo. Sentivo il gossip crescere attorno. Solo verso i vent’anni ho imparato a far fronte a tutto questo, a non preoccuparmene più. Credo che maturare significhi questo».

Ha ancora amici nel tennis?

«Sì, molti tennisti restano a vivere negli Stati Uniti. Raffaella Reggi e Mari Jo Fernandez sono quelle che ancora frequento. È bello ritrovarsi con le altre tenniste, alcune hanno bambini, altre no, per me sono una sorta di club speciale. Il tennis è stato per forza il luogo delle mie amicizie, non ho frequentato il college, non avevo altro posto per cementare amicizie come fanno gli altri ragazzi. Tra noi è un po’ più facile capirsi, il mondo del tennis non ti dà una vita normale e non è tanto facile relazionarsi con chi fa la vita di tutti. Da fuori sembra tutto molto eccitante, per certi versi lo è, ma non nel modo in cui immagina la gente. I miei amici fuori dal tennis mi dicono: Parigi, Sydney, New York… fantastico! Peccato che io non vedessi nulla allora, solo campi da tennis. È una cosa che dico ai ragazzi che aspirano alla carriera tennistica per metterli in guardia: “ricordati che è una carriera breve ma molto intensa, se ce la farai in quel tempo sarai eternamente concentrato sul tennis, il tennis sarà la tua vita, il tuo lavoro, la tua famiglia, i tuoi amici. E se vincerai avrai degli obblighi: gli sponsor, la stampa, la prova racchette gli allenamenti”».