Serena Williams, 44 anni, 2 figli, ha voluto riprovare l’emozione di ritornare sul campo di Wimbledon e chissà se è stata all’altezza: è difficile uscire per sempre dall’ebbrezza di essere al centro del mondo. Tanti campioni non reggono al grigiore anche doratissimo del dopo. Vanno, vengono, a volte ritornano. E, quando succede, non è quasi mai un buon affare: si rischia di esibire una versione sbiadita e incolore di quello che si è stati.

È capitato anche a Serena, un ritorno da sconfitta che non ha avuto la forza di andare a spiegare, dopo, nello specchio ustorio della conferenza stampa. Più della sconfitta, prevedibile, perché, come ha scritto in una bellissima canzone Roberto Vecchioni, il tempo non si innamora due volte dello stesso uomo, e neppure della stessa donna, è interessante la spiegazione che Serena ha dato del suo rientro: la noia di un tempo troppo vuoto, «non avevo niente di meglio da fare, ero stanca di essere seduta a casa».

La pensione dorata per i tennisti di vertice arriva sempre più tardi (lo provano Novak Djokovic; Wawrinka, gli stessi Federer e Nadal), ma la longevità, sempre relativa dello sport, non risolve il problema della grande domanda che attanaglia i campioni appena fuori dai riflettori e dal campo: “chi sono?”. A quella domanda per anni e anni, spesso molto precocemente, ha risposto il campo, all’improvviso smette di farlo e il posto nel mondo è tutto da inventare, spesso senza aver predisposto un piano B, in questi casi anche perché non c’è la necessità economica di farlo. Ma non è mai solo un problema di guadagnarsi da vivere, è di riconoscersi allo specchio.

È un grande tema che lo sport professionistico spesso rimuove: troppi non hanno altro mondo che le righe del campo. Quando si chiudono alle spalle, resta il lusso di un grande tempo vuoto, senza preoccupazioni di sostentamento, che però non si trova il modo di riempire efficacemente. Eppure è un lusso che tanti vorrebbero, mentre si arrabattano in vite quotidiane affannate per quadrare un bilancio.

Gli esperti insegnano che a gestire il tempo vuoto si impara da piccoli. E chissà che non dica qualcosa del suo presente il fatto che Serena Williams sia stata una bambina che di sicuro non ha avuto il tempo di conoscere la noia: a 11 anni già compariva con la sorella sulle copertine delle riviste specializzate di tennis, con il padre allenatore a dire: «Ricordatevi queste bambine, le rivedrete in cima al mondo». Già da anni, perché la profezia si avverasse (è avvenuto a 14 anni per entrambe quando hanno esordito sul circuito professionistico), il loro tempo era saturo di tennis.

Eccezioni certo, che però somigliano sempre di più, in tutto fuorché nel budget, ai figli piccoli di questa nostra società che reagisce con terrore alla noia dei suoi bambini, riempiendo dall’esterno il loro tempo vuoto e la loro noia con agende che li fanno sembrare piccoli amministratori delegati. Eppure gli esperti da Donald Winnicott a Maria Montessori da sempre suggeriscono il contrario: «Il passaggio che ci sposta dal vuoto della noia al senso di “pienezza” derivante dal coltivare una passione», ha scritto in un suo post sul tema Alberto Pellai, «non è automatico. Avviene all’interno di un percorso che ci fa sentire persi. “Si patisce” la noia: è questo che si dice. In quel patire c’è la radice della passione. Mi accendo dopo essere stato spento. Metto luce solo se mi sento perso nel buio. La noia ha un enorme potere generativo. Ma ci obbliga a tollerare la frustrazione del suo attraversamento. Oggi la noia viene spesso coperta dall’iperstimolazione. Ti annoi? Schiaccia un bottone e il mondo fuori di te si accende in un istante: suoni, pixel, stimolazioni in movimento, eccitazione sempre a portata di mano. È questo il motivo per cui molti ragazzi non sanno attraversare la noia. Appena compare la coprono, la nascondono, la soffocano. E lei si consuma nell’assenza della passione». Spesso per sempre.

Serena Williams una passione l’aveva: era quel campo che oggi non la riconosce più e le chiede di fare largo alle giovani. E chissà poi se era davvero una passione sua o se ha solo seguito la strada che il padre stava segnando per lei.