Solo i numeri primi capiscono la solitudine dei numeri primi. C’è questo dietro la liaison che si è creata tra la stella statunitense della ginnastica artistica Simone Biles, arrivata a Tokyo 2020 schiacciata dalla pressione, e saggiamente ritiratasi dalla maggior parte delle gare per timore di rischiare, dato che aveva perso, per stress, il senso dell’orientamento del corpo in volo, cosa pericolosa in una disciplina essenzialmente acrobatica. Un atto di coraggio il ritiro, per poi tornare a Parigi 2024 in forma, per cui i Time la nominò atleta dell’anno

Ginnastica e pattinaggio di figura sono discipline per certi versi gemelle: sono sport di automatismo richiedono l’apprendimento di una routine che, nel migliore dei mondi possibili, si dovrebbe portare in gara memorizzata nella mente e nel corpo con una sicurezza tale da poterla eseguire in automatico senza pensare. Una cosa che ci ha spiegato, appena prima dei Giochi Barbara Fusar Poli, oro mondiale nella danza su ghiaccio nel 2001 e bronzo olimpico nel 2002, allenatrice della coppia Guignard-Fabbri, quarta a Milano Cortina 2026, non succede mai nella realtà: « Ci si aspira, ma non siamo macchine, c’è sempre qualche inciampo nell’ingranaggio ma i pattinatori esperti sanno anche nasconderlo». Ha stupito, infatti, e creato un minimo di brivido il fatto che Malinin abbia tentato, comunque, già con la concentrazione andata per i troppi errori, il salto indietro proibito fino al 2024, se fosse andata male avrebbe corso rischi.

Il problema vero, lo abbiamo visto nella performance di Malinin è quando l’automatismo salta del tutto. Se succede al numero uno, in quel momento è solo, perché solo chi c’è passato può capire. È la ragione per cui s’è instaurato un contatto tra Simone Biles, che era in tribuna a Milano la sera del singolo maschile e il pattinatore statunitense crollato sul più bello: perché come ha spiegato la stessa Biles, che pareva aver letto nel pensiero di Ilia, nel messaggio che gli ha mandato non c’era solo un generico sostegno ma la dritta per uscirne in futuro, un lungo lavoro, che probabilmente nessun altro credibilmente dargli.

È la dinamica per la quale quando un grande campione di uno sport individuale perde un allenatore fatica a trovarne un altro: ha bisogno di qualcuno che abbia già gestito quella cosa a quel livello, e non è facile quando sei il numero uno. Quando ai Mondiali ai Roma Federica Pellegrini ebbe bisogno di essere “alleggerita” dalla pressione del mondiale in casa, dopo l’oro olimpico di Pechino, a parlare alla stampa posto di lei venne Alberto Castagnetti, il maestro che l’aveva aiutata nella delicata fase della precoce esplosione dopo Atene 2004: «Federica non sta tanto bene, l’ho lasciata a riposare, ma non preoccupatevi: tutto sotto controllo». Il giorno dopo Federica Pellegrini vinse l’oro. Quel “Tutto sotto controllo” Castagnetti poteva dirlo anche a Federica e Federica se ne fidava, quando, poco dopo, Alberto Castagnetti è morto improvvisamente, per Federica sono venuti momenti di fatica e di complicata ricerca di qualcun altro di cui tornare a fidarsi così. È la stessa ragione per cui Darren Cahill è così importante per Jannik Sinner: qualcuno che sia già passato dove quasi nessuno arriva è la chiave di tutto. Identico concetto espresso da Anna Danesi, capitana della Nazionale, il giorno dopo la vittoria dell’oro olimpico di Parigi: «È diverso se a dirti che la finale olimpica è una partita da giocare come le altre è uno che ne ha già giocata una, perché a lui credi».

È un gruppo ristrettissimo di persone a poter condividere l’esperienza a quel livello, gli altri non hanno consigli da dare, come in tutte le esperienze estreme, possono solo umanamente esserci, e non è poco, anche se la solitudine dei numeri primi resta.