Il sorpasso è avvenuto: l'assalto del tennis al feudo del calcio, assediato nella torre d'avorio della certezza di essere lo sport italiano per eccellenza indipendentemente dai risultati, è avvenuto. Nel 2024 la Federtennis ne conta 1.162.477, il 20,2% del totale delle iscrizioni federali, contro 1.123.054 dei tesserati dalla Figc (19,5%), mentre restano distanziati volley (359.797), basket (320.769) e atletica (292.599) la federazione tennis e padel per la prima volta conta più tesserati della Federcalcio e soprattutto macina una quantità di ricavi 230 milioni con la prospettiva che possano diventare 250, mentre il calcio subisce l'impatto economico e di immagine del lunga assenza dai mondiali che è stata stimata in 30 milioni di ricavi in meno.

Le due governance non si amano, gli attuali presidenti non si sono simpatici, ma la politica sportiva se possibile più politicante di quella vera non è cosa che possa accendere gli appassionati: né è facile appassionarsi alle beghe burocratiche tesseramenti, commissariamenti, giochi delle tre carte che da tempo caratterizzano la gestione del pallone, mentre il campo latita.

Il fatto è che il tennis ha fatto, dopo ben 40 anni di magra, quello che il calcio non riesce a fare: ripensare sé stesso. Mentre il tennis orfano di campioni da fine anni Settanta, e comunque solo occasionalmente al passo delle migliori scuole, studiava come uscire dal buco in cui era precipitato, il calcio si sedeva sui propri ultimamente abbastanza casuali allori (Mondiale 2006 Europeo 2020, splendidi successi ma venuti in contesti particolari) e aspettava come il giunco calato che passasse la piena, come se si fosse trattato di una congiuntura astrale destinata prima poi a girare.

Parliamo degli stessi ultimi 15 anni: la misera uscita dal Mondiale 2010, del calcio coincideva con l'inizio della rivoluzione tennistica (studio del problema, rivoluzione dei settori giovanili, ripensamento dei metodi di insegnamento, accordi con ordini professionali per reclutare competenze esterne di alto livello). I risultati si vedono ora: non il numero 1 del tennis, Jannik Sinner è dono di Dio, non programmabile, ma le tre Davis consecutive di cui l'ultima senza Sinner sono invece l'esito della salute di un movimento. Una corposa riforma propose proprio in quel 2010 Roberto Baggio: mai uscita dai cassetti.

Quando si chiese nel 2025 a Carlo Gravina all'epoca presidente della Figc perché, dopo la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale di calcio, non si guardasse nel giardino di altre discipline con l'idea di rubare idee, impalcò quel discorso sugli altri sport "dilettanti" che lo fece sommergere di meme feroci da parte dei campioni azzurri di altre discipline povere e vincenti. Vero era che lui avrebbe forse voluto solo dire dei vincoli posti al professionismo dalle norme sul lavoro (vedi sentenza Bosnan) ma la frase gli uscì malamente e parve proterva. Anche il tennis, è vero, è altra cosa: è sport di professionisti singoli, ognuno dei quali datore di lavoro del proprio staff, molto diverso ancorché più pro del calcio.

Non si tratta di sovrapporsi, di copiare, perché si tratta davvero di situazioni diverse, ma di sporgersi e sbirciare oltre il proprio recinto autoreferenziale per vedere se c'è qualcosa di utile da imparare.

Ora questo sorpasso certifica quello che sapevamo: la rendita è finita se il calcio vuole ripartire deve dismettere la prosopopea e farsi un bel bagno di umiltà per rubare se non l'arte almeno il metodo nel giardino altrui. Qualcuno dirà che Binaghi presidente Federtennis non è esattamente l'idea platonica dell'umiltà, c'è del vero anche anche in quello: uno sberleffo alla Gassmann in corsia di sorpasso sarebbe capacissimo di farlo, ma i risultati danno ragione a lui e nello sport i risultati contano.