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Il Presidente Gianni Infantino in tribuna con il Segretario del commercio Usa Howard Lutnick, durante Stati Uniti Bosnia.
La rivendicazione di Donald Trump, l’ammissione della pressione, della telefonata al presidente Fifa Gianni Infantino per far togliere a Balogun il cartellino rosso (di cui Trump per sua stessa ammissione ignorava da principio il significato) sposta l’elefante nella stanza della Fifa.
La domanda adesso non è più se si sia trattato di un tentativo di pressione o di una serie di coincidenze temporali, adesso la domanda è: lo sventurato rispose? La sequenza cronologica dice che: la squalifica automatica c’era, la telefonata di pressione rivendicata c’è stata, la squalifica è stata congelata. Poi il campo ha rimesso a posto le cose con un 4-1 del Belgio agli Usa, ma questo è un dettaglio.
Il punto adesso è che l’onere di dimostrare non solo propria indipendenza, ma anche l’apparenza della propria indipendenza con tutta evidenza andata a rotoli dopo la rivendicazione trumpiana, ricade sulla Fifa e sul suo Presidente Gianni Infantino, uomo che ha fama di sussurrare ai potenti della terra, senza troppo sottilizzare sulle loro eventuali malefatte, e che non ha esitato in passato a dichiarare Trump «intimo amico», anche se questo avrebbe gettato un’ombra sull’istituzione del Fifa Peace Prize, che sembrava cucito addosso al volubile presidente americano, pronto a infilarsi in una guerra due mesi dopo.
Se è vero infatti che ragion di Stato e grandi manifestazioni sportive sono andate sempre a braccetto, c’era fino al giorno della telefonata incriminata un limite invalicabile: quello che avveniva nelle righe del campo lì rimaneva. L’arbitro poteva sbagliare? Sì. Si poteva tentare di comprarlo? Sì, ma tutto andava gestito, sanzioni comprese, dentro le regole del gioco. Non ti stava bene la squalifica? Ricorrevi agli organi della giustizia sportiva, se previsto, non s’era mai visto che la politica mettesse i piedi nel campo e lo arasse così, platealmente. Ci avrà anche provato nelle segrete stanze chissà quante altre volte, ma dall’altra parte la risposta non poteva essere che una: «Spiacenti, non si può fare. Sono le regole».
È andata così anche questa volta e la sequenza dei fatto è stata solo una coincidenza? Toccherà alla Federazione internazionale dimostrarlo e avrà il dovere di essere nel farlo sommamente trasparente e credibile: cosa obiettivamente non facile a questo punto, perché la durezza fattuale di quella sequenza cronologica è difficile da smontare. Se non riuscirà a farlo, dovrà cambiare qualcosa: perché lo sport per esistere ha bisogno di difendere il campo e la sua autonomia: se le righe del campo si possono aprire a piacimento, lo sport finisce e diventa altro.
Chi andrebbe più a vedere una partita dei Mondiali, o ne comprerebbe l’abbonamento Tv, sapendo che a deciderne le sorti potrebbe essere non il migliore in campo ma la protervia del più forte fuori dal campo?







