Se c’è un paradiso, e ci dev’essere, c’è stato di certo un abbraccio larghissimo ad accogliere Bruno Pizzul, scomparso il 5 marzo dell’anno scorso, che il figlio Fabio, cui la famiglia ha delegato il ricordo pubblico, racconta come: «Un papà molto condiviso. Abbiamo sempre saputo che non era solo “nostro”, l’affetto di questi giorni, ad anni di distanza dalle telecronache, ce lo conferma travolgendoci quasi. Eppure, con la sua autoironia, papà è stato sempre capace di conciliare quell’enorme visibilità con una vita normalissima, nella quale, spesso in trasferta, delegava la gestione quotidiana alla mamma, Maria. La chiamava scherzando la “tigre”, a sottolinearne il piglio talora affettuosamente aggressivo anche con lui, che non sapeva cuocersi un uovo e non aveva la patente, ma che aveva creato con lei un equilibrio perfetto durato sessant’anni, non facendoci mai mancare neanche da lontano la sua presenza».

Finalmente libero di lasciar battere senza metronomo il suo «vecchio cuore granata», proprio là dove ora corre il Grande Torino per l’eternità, starà condividendo ricordi con Gian Paolo Ormezzano, collega, amico giunto lassù un paio di mesi prima di lui, e cuore granatissimo (copyright don Luigi Ciotti) esibito invece fino allo straripamento. Nel libro I Cantaglorie, Ormezzano annoverò il Bruno nazionale, con Nando Martellini che lo aveva preceduto come voce dell’Italia in azzurro, tra i telecronisti «rigorosi, austeri, precisi. Anzi essenziali. Quasi che il semplice dover sommariamente raccontare (...), il non dover anche orpellare e mantecare il discorso, insomma il non dover cedere alle lusinghe del più facile e sublime bla-bla-bla, fosse una sorta di benedetto e benefico vaccino, almeno sino all’arrivo dell’esperto al fianco del giornalista (una sciagura colossale...)».

La passione era nata in Bruno bambino da un pallone buttato in mezzo ai ragazzi dal parroco di Cormons, nel Friuli dai confini accidentati dalla storia nel Dopoguerra: «I più grandi, tutti juventini, ce lo portavano via», raccontò ormai in pensione, «scegliemmo il Toro per rivalsa, ma era facile in quegli anni». Finché ebbe un microfono Pizzul professò però, con garbo anche quella, solo la fede nel Dio cristiano cui era stato educato. Al pallone, che amava pur criticandone le degenerazioni – la telecronaca dell’Heysel era rimasta una ferita –, ha dedicato un racconto pacato e imparziale.

Il saluto a Bruno Pizzul allo stadio di Udine.
Il saluto a Bruno Pizzul allo stadio di Udine.

Il saluto a Bruno Pizzul allo stadio di Udine.

(ANSA)

Nel 2014 Famiglia Cristiana dedicò una copertina a Bruno Pizzul in versione familiare, da nonno di 11 nipoti. È Fabio Pizzul, figlio primogenito di Bruno e Maria, fratello di Silvia e Carla, a regalarci ora un aneddoto che ci riguarda: «Credo che sua mamma Ada, mia nonna, che non sapeva niente di calcio, non abbia avuto chiaro quanto fosse diventato famoso suo figlio fino a quando non ha visto comparire una sua foto su Famiglia Cristiana!».

«Ho avuto l’onore di condividere con Bruno la telecronaca della cerimonia d’apertura dell’Olimpiade di Barcellona», racconta Riccardo Cucchi, a lungo voce dell’Italia a Radio Rai, «io, che lo consideravo maestro e che prendevo appunti mentre parlava, arrivai con un pacco di fogli annotati. Mi disse sorridendo: “Non vorrai venire in postazione con tutta questa roba: buttala via, quello che ti è rimasto in mente è la cosa importante”. Mi spiace che si racconti ora il suo stile come una cosa del passato, ha lasciato due lezioni da non disperdere: primo, il non confondere sé stesso con l’evento, i protagonisti erano i giocatori; secondo, il fatto che, pur avendo competenza tecnica e tattica per aver giocato da professionista, non s’è mai messo al microfono con la presunzione di insegnare il calcio. Posso testimoniare che non ci sono stati due Bruno Pizzul: uno pubblico e uno privato. Era come tutti lo vedevano». Aveva giocato da giovane con Dino Zoff, che con essenzialità friulana gli regala nel ricordo l’epigrafe più vera: «Una brava persona, e non è poco».

Per trent’anni la voce calma di Bruno Pizzul è stata la colonna sonora del calcio e degli azzurri dal 1986 al 2002, nell’intervallo tra due trionfi. In Spagna c’era, ma raccontò altre squadre. Gli toccò invece l’epica di Usa 1994: il Mondiale di un’Italia di campioni, eroi non più tutti giovani ma belli. Dal girone alla finale una corsa a ostacoli, piena di botole e di trappole, terminata in pianto e rimpianto, a 11 metri dalla fine. Se la vittoria è esaltante, la sconfitta chiede misura, perché la retorica non tolga forza a immagini che parlano da sole. In questo Bruno Pizzul è stato maestro. Perché si lavora come si è. E quel suo stile veniva da lontano, da prima del pallone, dall’educazione avuta in casa e trasmessa ai figli. Come un padre quel giorno si è preso in carico la disperazione di Baggio e Baresi e l’ha accarezzata con le parole. Tutto molto triste. Eppure tutto molto bello. Come adesso qui, grazie a lui, senza di lui.