«Armi a basso costo, ma con un altissimo impatto strategico perché creano un ostacolo alla sicurezza della navigazione. Inoltre, come quelle terrestri, sono oggetti totalmente occulti. Per essere individuate richiedono tecniche molto sofisticate». Il comandante Alessio Di Stefano, capitano di corvetta, spiega come funzionano e come avviene lo sminamento. Le nostre unità, pronte a partire se si decidesse una operazione internazionale di bonifica dello stretto di Hormuz, sono tra le migliori al mondo. Costruite, su progetto tutto italiano, in modo da non essere intercettate dagli ordigni.

Il capitano di corvetta Alessio Di Stefano

Comandante, intanto torniamo al costo. Perché sono così convenienti le mine?

«Alcune costano anche sotto i mille euro. Inoltre, a differenza di altri sistemi, non hanno bisogno di manutenzione. Una volta che sono posate in acqua non bisogna fare nulla, mentre altre armi devono essere costantemente controllare e ispezionate. Anche per quanto riguarda la movimentazione la gestione delle mine è più sicura e meno dispendiosa rispetto, per esempio, a un sistema missilistico».

Si posano con facilità?

«Dipende dalla tipologia. Una mina leggera, parliamo di un peso tra i 100 e i 150 chilogrammi, può essere gettata in mare anche da una piccola imbarcazione. Non è necessario che ci sia una nave militare posa mine, è sufficiente un naviglio civile, un peschereccio, addirittura un gommone. Questo significa che possono essere posate in modo occulto, così come avviene per le mine da fondo quando sono posate dai sommergibili. Per quelle più pesanti, invece, che possono arrivare ai 500, 600 kg, c’è bisogno di una piattaforma con una gru, quindi l’operazione è visibile. Inoltre alcune mine da fondo possono essere posate, con grande rapidità, anche da mezzi aerei».

Ma non esplodono quando vengono lanciate?

«No. Le mine hanno un sistema di ritardo di armamento. Questo vuol dire che sono inerti fino a un determinato momento. Per esempio, una mina da fondo passa da off a dormiente quando raggiunge una profondità di almeno cinque metri. Una volta che diventa dormiente comincia ad ascoltare attraverso i suoi sensori».

E cosa ascolta?

«La mina da fondo, che viene rilasciata in acqua e, non avendo spinta positiva, raggiunge la massima profondità e si ferma, attiva i suoi sensori. Ascolta il rumore o le vibrazioni che vengono irradiate dai motori della nave in transito. Ha anche un sensore magnetico, una lamina che misura la variazione del campo magnetico sopra di essa. Ricordiamo che la nave è costruita in ferro e quindi ha una certa bolla di segnatura magnetica attorno a sé. Quando transita questo campo magnetico, che interagisce con quello terrestre, va a variare. Il sensore della mina sente questa variazione magnetica e va a “triggerare”, ad attivare la mina stessa. I danni dell’esplosione variano poi in base alla profondità. Se l’esplosione avviene su un fondale a 300 o anche 200 metri l’onda d’urto non arriva in superficie, quindi chi transita non se ne accorge neppure. Al contrario una mina con un carico, supponiamo di una tonnellata di esplosivo su un fondale di 50 metri ha un elevato carico detonante distruttivo tra l’onda d’urto e la bolla gassosa che arriva in superficie e reca danni allo scafo dell’imbarcazione che sta transitando».

E le mine ormeggiate?

«Si tratta di mine sospese nel volume d’acqua. Hanno una zavorra sul fondo, tipo ancora, alla quale sono legate da una catena. Chi le posa può variare la quota alla quale sospenderle in modo da cercare di recare il maggior danno al mezzo che passa in superficie. Oltre ai sensori, come le mine da fondo, si attivano anche per contatto. È la classica mina che conosciamo dalle raffigurazioni: una palla con degli spuntoni “urtanti”. La nave transita, lo scafo urta la mina, si attiva un circuito elettrico e avviene l’esplosione. Il maggior danno viene arrecato dall’onda d’urto, non dalla bolla gassosa».

Vengono posizionate come le altre?

«Sono più pesanti delle mine da fondo quindi normalmente il minamento occulto con piccole imbarcazioni è più difficile. Normalmente le mine ormeggiate hanno bisogno di una piccola gru o, comunque, di uno scivolo. Mina e zavorra sono unite. Quando entrano in acqua la zavorra si sgancia, va sul fondo, si estende tutta la catena e, in base alla lunghezza di questo ormeggio, la mina si posiziona alla quota voluta. Rispetto alla mina da fondo ha bisogno di maggior attenzione nella fase di minamento».

Nello stretto di Hormuz che tipo di mine ci sono?
«Le tipologie possono essere diverse. Noi stiamo facendo uno studio geografico dell’area di una possibile operazione. Stiamo valutando sia la profondità che la composizione del fondale. Per quanto riguarda la profondità sappiamo che nello Stretto questa varia tra i 50 e i 100 metri. Pensiamo che ci siano mine ormeggiate anche se non possono essere escluse mine da fondo, vista la profondità in gioco. La particolarità, però, è il tipo di fondale».

Cioè?

«La consistenza è molto diversificata: abbiamo fondale sabbioso, fangoso e roccioso. Il cacciamine usa il sonar, sfrutta cioè le onde acustiche per ottenere una mappatura, una sorta di ecografia, del fondale. Se è di tipo sabbioso e piatto risponde acusticamente in modo diverso, aumenta il riverbero e diventa più difficoltoso per l’operatore che è dinanzi allo schermo riconoscere eventuali anomalie o discrepanze. Alcune cose poi andranno verificate sul posto. Per esempio, sarà fondamentale verificare non solo la conformazione effettiva del fondale – sul quale oggi facciamo delle supposizioni – ma anche come si propaga il suono in acqua in quella determinata zona».

Lei sta parlando di cacciamine. Sono diversi dai dragamine?

«Sì. Il dragamine che usavamo un tempo aveva una tecnica, il dragaggio appunto, che consisteva in questo. L’unità transitava all’interno del campo minato rimorchiando una attrezzatura che aveva delle apparecchiature che simulavano la segnatura magnetica di una grande nave. La mina posata in acqua, durante la sua fase di ascolto, riceveva la segnatura di una nave, questo stimolava i sensori di attivazione facendola esplodere. Il dragamine, dunque, procedeva vedendo davanti a se le esplosioni. Naturalmente questa attività aveva un grado di rischio elevato sia perché transitava nel campo minato, sia perché negli anni si erano sviluppate tecniche anti dragaggio che ne hanno sconsigliato l’uso. Negli anni Settanta Ottanta è stato introdotto il concetto di cacciamine».

L’Italia è all’avanguardia?

«Abbiamo sviluppato un progetto tutto italiano acquistato poi anche da altre nazioni. Il cacciamine entra nel campo minato, ma in modo del tutto trasparente, invisibile, ai sensori e fa un lavoro quasi chirurgico. Parliamo di distanze nell’ordine del metro, che può fare la differenza».

Come fa a essere invisibile alle mine?

«Non attiva il sensore magnetico delle mine perché lo scafo e l’intera sovrastruttura sono costruiti in vetro resina rinforzato. Questo abbatte drasticamente la segnatura magnetica della nave. Inoltre anche i motori e qualsiasi altra parte della nave sono fatti da materiale amagnetico oppure da materiali che subiscono un trattamento di smagnetizzazione prima dell’installazione a bordo. Inoltre la vetroresina ha un’ottima resistenza allo shock di una eventuale esplosione. L’altro vantaggio del cacciamine lo abbiamo sui sensori acustici. L’unità, quando opera in un campo minato, impiega una propulsione elettrica che riduce sia il rumore che le vibrazioni irradiate nell’acqua. I motori sono sospesi su degli ammortizzatori acustici che abbattono quasi completamente la segnatura acustica».

Come si smina?

«Ci sono quattro fasi: la prima è la ricerca. Il cacciamine avanza nel campo minato e guarda con il sonar. Ottenuta questa sorta di ecografia la analizza e, se trova delle anomalie, si avvicina con un sistema che mantiene poi la nave ferma nel punto dove preciso dove deve controllare. A questo punto c’è la fase due, quella della classificazione. Se l’anomalia viene classificata come mina o possibile mina si procede alla terza fase che è quella della investigazione. Bisogna ottenere un riscontro ottico dell’oggetto in acqua. Il cacciamine ha dei droni e dei robottini filoguidati che vengono messi in mare. Attraverso un joystick, vengono avvicinati all’anomalia sonar e, attraverso la videocamera che hanno all’interno, fanno definire con certezza che si tratta di una mina. Il riscontro ottico può essere effettuato anche da un team di palombari del Raggruppamento Subacquei ed Incursori che ha sede a Varignano (La Spezia). A questo punto si avvia la quarta fase che è quella del brillamento. Al veicolo filoguidato agganciamo una carica di controminamento, lo rimandiamo in acqua e, quando è in prossimità della mina, gli facciamo sganciare la carica sul fondo in prossimità della mina. Riportiamo a bordo il robottino, ci portiamo a distanza di sicurezza e facciamo esplodere l’ordigno».

Che effetti ha l’esplosione sull’ecosistema marino?

«Vengono messe in atto tutte delle procedure possibili per il mantenimento della fauna. Il team Eod (Explosive Ordnance Disposal) dei palombari, in alcune situazioni particolari come, per esempio, i parchi o zone protette o con cavidotti nelle vicinanze, effettua dei controlli ed è addestrato per rimuovere la mina e spostarla lontano da queste zone».

Quanto tempo ci vorrebbe per sminare lo stretto di Hormuz?

«Si tratta di un’operazione molto lenta. È un vero intervento chirurgico. Si avanza metro per metro, alla velocità di uno massimo due nodi. Si controlla con il sonar, ci si ferma se si vede una anomalia. L’investigazione con il robot filoguidato può richiedere il fermo della nave anche per un’ora. L’Attività richiede una tale precisione che è difficile fare un calcolo. Anche perché c’è l’incognita del tipo di fondale».

Quanti cacciamine abbiamo?

«Otto cacciamine classe Gaeta che dipendono dalla quinta divisione navale che è di base a La Spezia. L’ultima arrivata è nave Rimini».

Se andranno nello stretto di Hormuz saranno scortate?

«Certamente. Una tale distanza dalla base richiede un supporto logistico, perché sono navi piccole e hanno bisogno di essere rifornite sia di viveri che di gasolio. E poi devono essere difese».

Dal momento in cui si darà l’ok alla missione quanto tempo ci vorrà per arrivare nello stretto?

«Tra i 20 e i 25 giorni. Non è proprio vicinissimo. Nella rotta verso Hormuz si impiega un tipo di propulsione diversa da quella silenziosa che si usa durante lo sminamento, ma comunque i cacciamine non sono veloci come le altre navi».

Quali operazioni importanti avete fatto?

«A fine anni Ottanta, durante la fase post-confitto Iran-Iraq, abbiamo partecipato all’operazione Golfo uno, e poi a quella Golfo due successiva all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. In quell’occasione la marina militare italiana ha fornito sia i cacciamine che una nave di supporto logistico. Inoltre i nostri cacciamine hanno partecipato anche alla bonifica del mare Adriatico nelle fasi successive alla guerra in Kosovo, dalla fine degli anni 1999 ai primi mesi del 2000».

E le ultime?

«Operiamo quotidianamente. I nostri cacciamine partecipano all’operazione fondali sicuri attivata nei giorni successivi alle esplosioni del gasdotto Nord Stream, nel settembre 2022. Insieme con altri assetti di superficie e con il team di palombari del gruppo operativo subacquei concorriamo a ispezionare, controllare e sorvegliare le nostre infrastrutture critiche nazionali. Mi riferisco a gasdotti, cavidotti di interesse strategico per la nostra nazione. Grazie al sonar ad alta frequenza si riesce a fotografare “acusticamente” la condotta, a verificarne l’integrità e a vedere l’attività che viene svolta nei suoi pressi. Nel Mediterraneo, poi, partecipiamo a una operazione Nato insieme ad altre nazioni per il controllo delle rotte principali e per la sorveglianza delle infrastrutture critiche».