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Davanti all’ennesima tragedia che ha colpito il Mediterraneo e il Mar Egeo, costata la vita a trentasette persone, l’Associazione Don Bosco 2000 esprime profondo cordoglio e lancia un appello che non può più rimanere inascoltato.
«Quello che è accaduto a largo di Lampedusa e sulle coste turche» dichiara il presidente Agostino Sella «non è una fatalità, ma una ferita aperta nel cuore dell’Europa». Le immagini di un bambino di appena un anno arrivato al molo Favaloro senza la madre, salvato solo dalla solidarietà di un’altra donna, rappresentano uno schiaffo alla coscienza collettiva e interrogano profondamente sul senso di umanità della società contemporanea.
Secondo l’associazione, non è più accettabile che il freddo, l’abbandono e l’indifferenza siano la risposta a chi fugge da guerre, povertà e disperazione. Le diciannove persone morte per ipotermia su un gommone rimasto alla deriva per giorni, mentre si dichiarava l’impossibilità di intervenire, evidenziano non solo un limite operativo, ma anche un grave fallimento morale del sistema di soccorso.
Don Bosco 2000, impegnata da anni nell’accoglienza in Sicilia e nei progetti di cooperazione in Africa, ribadisce la necessità di interventi concreti e immediati. È urgente una missione europea strutturata di ricerca e soccorso in mare, che non lasci il peso degli interventi solo alla Guardia Costiera italiana e alle ONG, ma garantisca un coordinamento internazionale nel rispetto del diritto e della vita umana.
Allo stesso modo, diventa indispensabile creare canali legali e sicuri di ingresso, come corridoi umanitari e strumenti di mobilità regolare, per evitare che i viaggi della speranza si trasformino in vere e proprie condanne a morte. Infine, l’associazione richiama a una responsabilità condivisa: territori come Lampedusa e l’intera Sicilia non possono essere lasciati soli ad affrontare un’emergenza che è europea e globale.
«Oggi piangiamo diciannove vittime a Lampedusa e diciotto nell’Egeo» conclude il presidente. «Ma il nostro impegno continuerà ogni giorno, nelle comunità di accoglienza e nei territori più fragili, per costruire alternative alla disperazione. Alla politica chiediamo un sussulto di umanità: non possiamo permettere che il mare diventi il cimitero della nostra coscienza».






