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La differenza sostanziale tra la legge sulle unioni civili e il disegno di legge sui Dico del ministro della Famiglia del governo Prodi Rosy Bindi sta nel fatto che la legge approvata dalla Camera l’11 maggio ha la sua radice nella volontà pattizia dei partner, mentre il disegno di legge sui Dico regolava solo una convivenza già di fatto. È questo il punto più delicato dell’intero dispositivo ed è quello dove si può rintracciare il maggiore rischio di confusione e quindi il via libera ad una sorta di matrimonio parallelo e dunque ad un conflitto con l’art. 29 della Costituzione.
Il disegno di legge sui Dico certificava solo una situazione esistente e addirittura prevedeva, per evitare anche confusione formale, che i due partner non si dovessero recare insieme all’anagrafe per procedere alla certificazione. I Dico erano previsti infatti non solo per le coppie di fatto, ma anche per le persone stabilmente conviventi, per esempio nonno e nipote e fratelli e sorelle se il legame fosse stato caratterizzato da elementi di solidarietà e di assistenza strettamente intrecciati agli elementi di ordine affettivo. Non introduceva dunque istituti giuridici nuovi, come invece accade oggi. Naturalmente anche i Dico sotto il profilo tecnico non facevano differenza tra sessi, perché sarebbe stato irragionevole ritenere il sesso un elemento discriminante. La questione della volontà è importante perché affianca al modello matrimoniale, che è fondato sul consenso, un altro status ugualmente fondato sul consenso, anche se di minore intensità. Ecco perché qualcuno chiama l’unione civile un “piccolo matrimonio” o un status “paramatrimoniale”. Oggi noi siamo in presenza invece di un nuovo istituto giuridico e di un nuovo status civilistico.
La fretta non produce nuone leggi e la fiducia ha strozzato il Parlamento
La domanda è se davvero questa legge indebolisca il modello costituzionale di famiglia e generi il convincimento di una sorta di equiparazione tra coppia coniugale e unione di fatto. Quando papa Francesco nell’udienza al Tribunale della Rota Romana, quella che si occupa di cause di nullità matrimoniale in ultima istanza, lo scorso gennaio nel pieno della polemica italiana sul disegno di legge Cirinnà allora in discussione al Senato, aveva messo in guardia dalla “confusione” voleva proprio dire questo. Il punto è che le leggi vanno scritte bene e di solito la fretta non è buona consigliera per arrivare ad una buona legge. Il ragionamento sulla confusione fu proposto praticamente anche da Aldo Moro nel 1946, il quale spiegò che se si applicassero indiscriminatamente norme di tutela dei diritti della famiglia a situazioni diverse dal modello costituzionale, poi previsto dell’articolo 29, esse verrebbero a menomare la stessa norma costituzionale.
Le ambiguità, la confusione e le contraddizioni non sono state affrontate e sanate nel dibattito alla Camera come auspicavano molti dopo l’approvazione del Senato, perché il governo ha posto la questione di fiducia. Sicuramente non sarebbe stata un’impresa facile trovare una via italiana alle unioni civili, anche perché i modelli rintracciabili all’estero sono orientati quasi tutti verso modelli parafamiliari.
Il governo Renzi ponendo la questione di fiducia voleva fare in fretta per sottrarsi all’accerchiamento europeo, che ha più volte minacciato di sanzionare l’Italia? Probabilmente c’è stata anche questa preoccupazione, più politica che etica, di fare come si fa nel resto dell’Europa e specialmente nei Paesi del nord Europa considerati più avanzati in tema di diritti civili. Ma in questo caso vale la riflessione che ha proposto papa Francesco il 13 giugno 2015 quando ha ricevuto il Consiglio superiore della Magistratura. In quella occasione il papa ha denunciato la colonizzazione ideologica anche dei sistemi giuridici. Bergoglio aveva spiegato che la globalizzazione «porta con sé anche aspetti di possibile confusione e disorientamento, come quando diventa veicolo per introdurre usanze, concezioni, persino norme, estranee ad un tessuto sociale con conseguente deterioramento delle radici culturali di realtà che vanno invece rispettate». Sono parole che vanno tenute in conto.
Il disegno di legge sui Dico certificava solo una situazione esistente e addirittura prevedeva, per evitare anche confusione formale, che i due partner non si dovessero recare insieme all’anagrafe per procedere alla certificazione. I Dico erano previsti infatti non solo per le coppie di fatto, ma anche per le persone stabilmente conviventi, per esempio nonno e nipote e fratelli e sorelle se il legame fosse stato caratterizzato da elementi di solidarietà e di assistenza strettamente intrecciati agli elementi di ordine affettivo. Non introduceva dunque istituti giuridici nuovi, come invece accade oggi. Naturalmente anche i Dico sotto il profilo tecnico non facevano differenza tra sessi, perché sarebbe stato irragionevole ritenere il sesso un elemento discriminante. La questione della volontà è importante perché affianca al modello matrimoniale, che è fondato sul consenso, un altro status ugualmente fondato sul consenso, anche se di minore intensità. Ecco perché qualcuno chiama l’unione civile un “piccolo matrimonio” o un status “paramatrimoniale”. Oggi noi siamo in presenza invece di un nuovo istituto giuridico e di un nuovo status civilistico.
La fretta non produce nuone leggi e la fiducia ha strozzato il Parlamento
La domanda è se davvero questa legge indebolisca il modello costituzionale di famiglia e generi il convincimento di una sorta di equiparazione tra coppia coniugale e unione di fatto. Quando papa Francesco nell’udienza al Tribunale della Rota Romana, quella che si occupa di cause di nullità matrimoniale in ultima istanza, lo scorso gennaio nel pieno della polemica italiana sul disegno di legge Cirinnà allora in discussione al Senato, aveva messo in guardia dalla “confusione” voleva proprio dire questo. Il punto è che le leggi vanno scritte bene e di solito la fretta non è buona consigliera per arrivare ad una buona legge. Il ragionamento sulla confusione fu proposto praticamente anche da Aldo Moro nel 1946, il quale spiegò che se si applicassero indiscriminatamente norme di tutela dei diritti della famiglia a situazioni diverse dal modello costituzionale, poi previsto dell’articolo 29, esse verrebbero a menomare la stessa norma costituzionale.
Le ambiguità, la confusione e le contraddizioni non sono state affrontate e sanate nel dibattito alla Camera come auspicavano molti dopo l’approvazione del Senato, perché il governo ha posto la questione di fiducia. Sicuramente non sarebbe stata un’impresa facile trovare una via italiana alle unioni civili, anche perché i modelli rintracciabili all’estero sono orientati quasi tutti verso modelli parafamiliari.
Il governo Renzi ponendo la questione di fiducia voleva fare in fretta per sottrarsi all’accerchiamento europeo, che ha più volte minacciato di sanzionare l’Italia? Probabilmente c’è stata anche questa preoccupazione, più politica che etica, di fare come si fa nel resto dell’Europa e specialmente nei Paesi del nord Europa considerati più avanzati in tema di diritti civili. Ma in questo caso vale la riflessione che ha proposto papa Francesco il 13 giugno 2015 quando ha ricevuto il Consiglio superiore della Magistratura. In quella occasione il papa ha denunciato la colonizzazione ideologica anche dei sistemi giuridici. Bergoglio aveva spiegato che la globalizzazione «porta con sé anche aspetti di possibile confusione e disorientamento, come quando diventa veicolo per introdurre usanze, concezioni, persino norme, estranee ad un tessuto sociale con conseguente deterioramento delle radici culturali di realtà che vanno invece rispettate». Sono parole che vanno tenute in conto.





