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15 maggio 2011 – IV domenica di Pasqua


1. La quarta domenica di Pasqua


E' caratterizzata, nell’anno A, dalla lettura evangelica riguardante l’autorivelazione di Gesù quale “Buon Pastore”. Un’immagine capace di descrivere l’intera opera di salvezza da lui compiuta nella Pasqua. Le lezioni bibliche proposte nel Lezionario sono: Lettura: Atti degli Apostoli 6,1-7; Salmo 134; Epistola: Romani 10,11-15; Vangelo: Giovanni 10,11-18. Il Vangelo della risurrezione da proclamare nella Messa vespertina del sabato è preso da: Luca 24,9-12.    


2. Vangelo secondo Giovanni 10,11-18    

In quel tempo. 11Il Signore Gesù disse ai farisei: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.    
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto; anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».    



3. Commento liturgico-pastorale    

Il brano si apre con la solenne dichiarazione con la quale il Signore Gesù si autodefinisce il Pastore “buono” del quale avevano parlato i Profeti, ponendolo spesso in contrapposizione ai “cattivi” pastori, quali si erano rivelati i capi del popolo. Egli può definirsi “buono” perché è pronto a mettere in gioco la sua stessa vita per proteggere il gregge a lui affidato, a differenza del “mercenario” che, non avendo un rapporto personale con il gregge se non di interesse, non ha nessuna intenzione di mettere a repentaglio la propria vita al sopraggiungere di un pericolo mortale per le pecore che, di conseguenza, vengono “disperse”.

Con queste immagini subito comprensibili ai suoi uditori Gesù annunzia l’essenza della sua opera di salvezza, anzitutto nei riguardi del popolo d’Israele che, a ragione, può essere raffigurato come un gregge disperso a motivo dell'incredulità e del traviamento operato dai cattivi suoi pastori.. Egli, dunque, è stato mandato a “radunare i figli di Dio dispersi” cosa da lui compiuta nell’ora in cui “offre” la sua vita per essi, nell’ora cioè della croce.

A ragione perciò il Signore può ulteriormente ribadire: «Io sono il buon pastore» (v.14) e sottolineare il suo speciale rapporto con le “sue pecore” con coloro, cioè che credono in lui e lo seguono;  un rapporto, come fa capire il verbo “conoscere”, che è essenzialmente rapporto di amore. Un amore reciproco del Pastore per le sue pecore e di queste per il Pastore modellato fino a riprodurre in qualche modo l’indicibile rapporto d’amore che lega il Padre a Gesù e questi al Padre.  Un amore ben visibile e riconoscibile nel fatto che Gesù dà la sua vita per le pecore (cfr. v. 15).

Al v. 16 viene aperta la prospettiva universale propria alla missione “pastorale” di Cristo che raggiunge il suo scopo nell’ora del dono della sua vita sulla croce perché, non solo il popolo della prima Alleanza, ma tutti gli uomini nel disegno divino sono chiamati a radunarsi nell’unico gregge, quello guidato dall’unico pastore, Gesù.

Con ciò il Signore mostra come il frutto della sua morte, vale a dire il dono della sua vita, segno del suo amore per il Padre e per le pecore, è il raduno universale di tutte le genti chiamate, mediante l’“ascolto” della sua “voce”, ossia mediante l’adesione di fede in lui, a formare l’unico “gregge”.

Questa prospettiva continua a realizzarsi, sotto i nostri occhi, nell’azione pastorale del Signore prolungata nella sua Chiesa tramite l’annuncio evangelico e l’attualizzazione della sua morte, segno del suo amore senza limiti e senza confini.

Tutti, infatti, senza distinzione “fra Giudeo o Greco” sono chiamati a sperimentare l’amore di Gesù che «è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano» (Epistola: Romani 10,12b) avendo “ascoltato la sua voce” ossia accolto con fede la predicazione evangelica che è l’attività essenziale e primaria, ieri come oggi e sempre, della comunità ecclesiale (cfr. Lettura: Atti degli Apostoli, 6,4).

Questa predicazione dilata lungo i secoli e sino ai confini della terra la “voce” del Buon Pastore perché tutti “aderiscano alla fede” facendo così estendere “il numero dei discepoli”  (At 6,7) ovvero delle “pecore” del Signore che “ascoltano la sua voce” e lo amano seguendo lui solo.

L’ultima parte (vv. 17-18) incornicia l’intero brano nella manifestazione del “comando” dato dal Padre a Gesù e che egli non solo condivide ma, facendolo proprio, lo mette in pratica. Il comando riguarda la “sua vita” che lui “offre” con libera decisione per amore delle sue pecore. Vita che, una volta data, Gesù “riprende” nell’ora della sua risurrezione per poterla donare senza misura e senza limiti perché tutta l’umanità diventi “un solo gregge”.

Con altre parole, la preghiera liturgica, esprime tutto ciò evocando il significato dell’intera esistenza terrena del Figlio di Dio il quale: «Mosso a compassione per l’umanità che si era smarrita, egli si degnò di nascere dalla vergine Maria; morendo ci liberò dalla morte e risorgendo ci comunica la vita immortale» (Prefazio).


11 maggio 2011

 
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