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sabato 08 agosto 2020
 

Corpo e sangue di Cristo - 14 giugno

Il gusto di un singolo atto di amore vero

«Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Giovanni 6,51-58

<Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Siamo abituati alla realtà dell’Eucarestia, e forse non cogliamo più il suo sublime paradosso: l’atto più nitido per far presente il nostro Signore, quello che Lui ha scelto per illuminare la nostra memoria e quindi il nostro cuore, è mangiare del pane e bere del vino che sono realmente il suo corpo e il suo sangue, secondo la dimensione sacramentale.

In altri tempi era urgente approfondire la veridicità delle specie eucaristiche, ma oggi, in questa epoca post-psicoanalitica, dopo il più introspettivo dei secoli, in una inevitabile prospettiva interiore, abbiamo sete della dimensione esistenziale di questo sacramento, senza dimenticare il resto. Come può costui darsi da mangiare a noi?

L’uomo per sua natura tende ad assolutizzare i suoi bisogni e ad appiattirsi sui suoi appetiti. Siamo nella più sensuale delle epoche, dove tutto è bocca da sfamare, appetito da soddisfare, ogni cosa è estetica, gusto, piacere, degustazione, comfort, benessere.

La cultura odierna trasforma le pietre in pane, trova aspetti di godibilità in ogni particolare del vissuto. Se compri una sedia non è così importante che non faciliti il mal di schiena, ma che abbia un design appagante. Se devi scegliere un qualsiasi oggetto di uso comune, oltre la sua utilità ti deve consegnare una dose di vanità, di presentabilità, di piacere. Le cose forse funzionano o forse no, ma devono essere lisce, sbrilluccichine, godibili. Questo non è “male” o “bene” ma semplicemente individualistico, sensuale, in un mondo di atti che inebetiscono dentro un’antropologia ben precisa, che il mondo commerciale cavalca e sottolinea: l’uomo è una bocca da sfamare.

Ma se questo è vero: cosa è l’amicizia? Cosa è il matrimonio? Cosa il lavoro o il tempo o tutto il resto? Se questa antropologia – di cui forse nessuno è teoreta, ma di cui tutti sono adepti – vince, tutte le cose diventano in funzione della soddisfazione, e vengono fuorviate, distorte. Perché l’amicizia è per la gratuità e per il dono, il matrimonio è per l’amore senza condizioni, il lavoro è servizio e il tempo, come tutto il resto, è lo spazio per l’amore.

MANI CHE SFAMANO.

Ci mettiamo daccapo alla scuola dell’Eucarestia dove si manifesta Colui che traghetta l’umanità nella regione dell’amore secondo il cielo; dove ci si libera della dimensione infantile e non si è più principalmente bocche da sfamare ma mani che sfamano; non più figli che chiedono ma padri e madri che accudiscono.

Costui, che appena nato è stato posto in una mangiatoia perché da subito fosse chiaro che era venuto non per essere servito ma per servire, è colui che intende la sua carne come cibo e il suo sangue come bevanda. Perché è amore, e ogni cosa che è sua è un regalo. Pensare sé stessi come cibo e bevanda è essere liberi dal proprio ego e curiosamente apre al più grande appagamento possibile: l’amore autentico. Tutti i divertimenti e le scorpacciate che io posso vivere non mi daranno mai tanto piacere come un singolo atto di amore vero. 


11 giugno 2020

 
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