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sabato 24 febbraio 2024
 

Domenica 11 febbraio 2024 - Ultima dopo l'Epifania

La parabola del fariseo e del pubblicano, che la liturgia dell’ultima domenica del tempo dopo l’Epifania ci propone, è una delle occasioni in cui Luca affronta il tema della preghiera. Peraltro, immediatamente dopo un’altra provocazione data a riguardo, la parabola della vedova e del giudice ingiusto che occupa i versetti precedenti. In quel racconto, il comportamento della vedova è ammirevole: non si pone nei confronti del giudice con l’atteggiamento implorante di chi chiede una gentile concessione, bensì come una che con forza lotta per il riconoscimento di un proprio diritto. La vedova rappresenta coloro che sono solidali con i deboli e che si spendono perché si compia la giustizia nei loro confronti. Dunque, parla lo stesso linguaggio del Dio di Gesù Cristo. La sua preghiera trova soddisfazione e, similmente, chi si schiera con i derelitti trova in Dio un alleato.

Il rilievo dato all’atteggiamento della donna, ci spinge a leggere la parabola del fariseo e del pubblicano allo stesso modo, focalizzando cioè l’attenzione sugli atteggiamenti dei due personaggi. Anche l’introduzione al racconto ci spinge in tale direzione, informandoci che i destinatari sono coloro che – letteralmente – «considerano un nulla» gli altri, ritenendosi giusti. Per Luca, nell’affrontare il tema della preghiera è fondamentale considerare gli atteggiamenti.

Nella parabola, i due si presentano al tempio entrambi per pregare. Il primo lo fa in modo molto verboso, componendo un ringraziamento condito da una autoraccomandazione. Più che un’invocazione, una sorta di pubblicità a favore di se stesso e a discredito del pubblicano. Quest’ultimo, invece, in atteggiamento umile, con gli occhi bassi e a debita distanza, lungi dal reclamizzare se stesso fa appello a una benevolenza superiore. Poche parole che sanno di lamento e di richiesta.

Il confronto tra la spavalderia del primo e la fiducia contrita del secondo è impietoso, ancor più per il ribaltamento finale con cui Gesù commenta il racconto: il peccatore è considerato giusto nel suo atteggiamento di richiesta fiduciosa mentre il giusto appare distante da Dio a causa dell’arroganza che lo spinge a disprezzare il prossimo.

A differenziare i due personaggi in modo così determinante è la considerazione che hanno degli altri. Il fariseo li tratta alla stregua di uno sgabello su cui salire per poter risaltare in tutta la propria – presunta – irreprensibilità. Il pubblicano non ha occhi che per le proprie mancanze, si guarda bene dal considerare quelle altrui ed è del tutto lontano dal voler gareggiare in meriti con chicchessia.

Il volto compassionevole e clemente di Dio che Isaia dipinge nella prima lettura non incrocia la preghiera di chi è è incapace di solidarietà con gli altri e si erge a loro giudice. Le parole del capitolo 14 di Romani che invitano all’accoglienza vicendevole e mai giudicante sono un sigillo: «D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello».


08 febbraio 2024

 
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