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Domenica 31 gennaio - Sacra famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria

Con la domenica della Sacra Famiglia torniamo ai racconti delle origini secondo Luca, e precisamente al quadro che li chiude.

La scena è ricca di contenuti suggestivi, e diciamo subito che la sua denominazione nella preghiera del Rosario come «il ritrovamento di Gesù nel Tempio» può essere equivoca, se non compresa bene.

È vero che nel testo greco al versetto 46 si legge il verbo eurísko, «lo trovarono» – verbo di cui tutti conoscono il perfetto, eureka – ma Gesù non si è mai perduto. Lui stesso dice di essere a suo agio – nell’ascoltare la Torà e nel dialogare coi saggi ebrei – «delle cose del Padre mio», oppure, secondo altre due possibili letture, «nella casa del» o, ancora, «presso il» Padre mio (come spiega Matteo Crimella nel suo commento a Luca). Si tratta di un’espressione a doppio senso per dire che Gesù sa dov’è, e cosa sta facendo, e sono i suoi genitori, piuttosto, a non comprendere appieno la vocazione di questo adolescente. Con questa pagina Luca entra anche in dialogo con i suoi lettori pagani, provenienti dalla Grecia, presentando la ‘gura di Gesù in modo concorrenziale a quella degli imperatori romani. Lo storico Svetonio, ad esempio, registra che Augusto all’età di dodici anni tenne l’orazione funebre per la nonna, mentre già dall’età di nove aveva capacità oratorie che stupivano gli anziani.

Ma questa storia è soprattutto comprensibile a partire dalle tradizioni della religione giudaica. Ambientata in una delle tre feste che prevedevano un pellegrinaggio, quella di Pasqua (le altre erano la festa di Pentecoste e quella delle Capanne), ha dei risvolti particolari che si spiegano se si ipotizza che al Tempio, all’età di dodici anni, Gesù abbia compiuto il suo bar mitzvah. Sarebbe cioè divenuto “‘glio della Torà”, mostrando di saperla leggere e comprendere. Questa interpretazione permette di valorizzare un risultato importante che gli esegeti e gli storici della cosiddetta “terza ricerca” sul Gesù storico non si stancano di ricordare: Gesù era ebreo, e – detto con le parole di un sussidio vaticano per la corretta rappresentazione dell’ebraismo – «lo è per sempre» (Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, 24 giugno 1986).

Si può così ritornare alla prima lettura della festa odierna, tratta dal profeta Isaia: Gesù, che aveva già imparato da Giuseppe che «il Signore è unico», recitando con lui due volte al giorno lo Shemà («Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore»: Deuteronomio 6,4), sa bene – come diceva il profeta Isaia – che «non ce n’è altri, non esistono altri dèi» (Isaia 45,14). L’educazione religiosa dei ‘gli passava dall’impegno paterno che, come si legge nello stesso brano dello Shemà, doveva ripetere quelle parole ai ‘gli, e parlarne in casa (6,7). Il Vangelo di oggi ci presenta così una famiglia di laici credenti, che educano il proprio fi‘glio ai valori fondamentali, e si preparano però anche a “lasciarlo andare”, perché possa seguire la propria strada.


28 gennaio 2021

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