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Domenica 7 agosto 2022 - IX dopo Pentecoste

La bellissima pagina dell’Antico Testamento proclamata questa domenica descrive il momento cruciale del passaggio della monarchia dalla dinastia della tribù di Beniamino, a cui apparteneva Saul, alla tribù di Giuda, quella di Davide.

La vicenda è dolorosa, perché riguarda la perdita della speciale vocazione che Saul aveva ricevuto da Dio, la chiamata a guidare il popolo ebraico: com’è potuto accadere che il primo “unto” del Signore cadesse in rovina? La risposta si trova nel Primo libro di Samuele.

Quando Saul è all’inizio della sua carriera, apprestandosi a entrare in guerra coi Filistei, non vedendo arrivare il profeta Samuele, a Galgala compie un atto che non gli spettava, e offre un olocausto e un sacrificio di comunione per conservare unito il popolo (13,9). Samuele rimprovera a Saul l’invasione in una sfera religiosa che il re non doveva gestire, e gli annuncia che a causa di tale disobbedienza il suo regno non durerà (13,13-14).

Ma l’errore più grave di Saul è stato a causa dei nemici giurati di Israele, gli Amaleciti, dei quali aveva risparmiato il re Agag (cap. 15). In questo caso la parola di Dio è ancora più forte: il Signore si pente di aver fatto regnare Saul, perché quello che doveva essere un re secondo il suo cuore si è allontanato da lui (13,11). Saul, pur riconoscendo il proprio peccato, minimizza le proprie responsabilità, e cerca di recuperare la stima del popolo. Ma sarà proprio a causa di questo atteggiamento ambiguo e insincero che esploderà la sua follia. Nel frattempo, mentre Saul perde il favore di Dio, lo acquista il più giovane della famiglia di Iesse, che viene unto re.

Davide era della tribù di Giuda, alla quale apparteneva anche Giuseppe di Nazaret, e siamo così al brano evangelico. Dopo l’arrivo a Gerusalemme, Gesù riprende coi farisei qualche questione lasciata in sospeso: i sommi sacerdoti e gli scribi si erano sdegnati per quanto avevano udito durante il suo ingresso in città, «Osanna al Figlio di Davide» (21,15), ed è di questo che si parla, ora, del Figlio di Davide e della sua relazione col Messia.

Nel giudaismo del secondo tempio, negli anni dal 70 a.C. al 70 d.C., sono registrabili una decina di concezioni messianiche diverse, ma la questione che pone Gesù parte da un altro punto, ovvero un’apparente contraddizione nella Legge di Mosè: com’è possibile che il Messia della tradizione davidica, nel Salmo che Gesù cita, sia anche «Signore»?

La reazione dei farisei alla domanda di Gesù è il silenzio. Potremmo pensare che si tratti di un silenzio di ammirazione e stupore: anch’essi, infatti, ritenevano che il Messia sarebbe venuto da Davide; su quanto ha detto Gesù, dovranno aver tempo di riflettere.

Noi sappiamo che Gesù non è solo «Figlio di Davide», cioè suo discendente, ma è anche il suo Signore, è il Signore (Kyrios) di tutti, anche dello stesso re Davide. Dal più piccolo dei figli di Iesse, quello dimenticato dai suoi familiari, è venuto il più grande della dinastia davidica, non solo perché unto Messia, ma perché ha dato la vita il per il suo popolo.


04 agosto 2022

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