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martedì 23 aprile 2024
 

II Domenica di Quaresima (anno B) - 25 febbraio 2024

Trasfigurati con Gesù sul Monte

 

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.

Marco 9,2-4

 

La liturgia di oggi, II domenica di Quaresima, mette al centro il mistero di Cristo, Figlio amato, offerto in sacrificio puro e santo per la salvezza del mondo: protagonista della I lettura (Genesi 22) è il patriarca Abramo, invitato a offrire a Dio «in olocausto il suo figlio, l’unigenito, l’amato» (cfr. Genesi 22,2). Isacco è figura cristologica potentissima: Egli è figlio, è l’unigenito di Abramo e Sara, è l’amato di suo padre e di sua madre, è colui nel quale è posto il loro compiacimento.

È chiesto al padre, Abramo, cui Isacco è stato dato da Dio, «dal quale ha origine ogni paternità in cielo e in terra» (Efesini 3,15), come dono e compimento della promessa di fecondità (Genesi 12; Genesi 15; Genesi 17-18), di “sacrificare” questo figlio, nel quale risiede ogni sua speranza: Abramo non capisce, ma sa che Dio è fedele e si fida; vive la notte della passione e del non senso, cammina per tre giorni (cfr. Genesi 22,4) finché «da lontano vede il luogo» indicato da Dio per l’offerta. Isacco è legato come «agnello» immolato, collocato sull’altare, offerto in sacrificio: ma proprio in quel «terzo giorno», dalla potenza di Dio, da Colui che è la Vita, dà la vita e ama la vita, è restituito a suo padre vivo, risorto per una fecondità innumerevole, «come le stelle e come la sabbia» (Genesi 22,17).

“Sacrificare” vuol dire, in ogni tempo e condizione dell’esistenza, vedere e riconoscere la presenza di Dio, anche nel dolore; significa “rendere sacro”, cioè offrire a Dio, ciò che viviamo: la notte della sofferenza e della morte non è mai l’ultima parola, ma è via arcana per la Vita senza fine, nella quale risplende la gioia e la gloria piena cui siamo chiamati fin dalle origini del mondo. Il credente ha questa certezza nel cuore, capace di illuminare le tenebre: «Ho creduto anche quando dicevo “sono troppo infelice”» (Salmo 115, Responsorio); Cristo, «risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi» (II lettura, Romani 8). L’esperienza della Trasfigurazione (Vangelo, Marco 9) dice ai tre discepoli chiamati da Gesù, «loro soli, in disparte su un alto monte», quello che l’esperienza del Monte Moria aveva detto ad Abramo: Dio si fa vedere, si manifesta quale è, Egli vince la morte! Immediatamente prima Gesù aveva annunciato la sua passione, preludio della Risurrezione; Pietro aveva dichiarato di non accettare quella verità e il Maestro lo aveva rimproverato, invitando ciascuno a prendere la sua croce, perdendo anche la vita per Lui, unica via per salvarla (Marco 8,32 ss.).

Di fronte alla paura degli apostoli Dio manifesta l’amore grande e il compiacimento che ha posto nel suo Figlio, compimento di tutte le promesse e pienezza delle Scritture, con le quali, nelle persone di Mosè (la Legge) ed Elia (i Profeti), Gesù dialoga: è una carezza per Pietro, Giacomo e Giovanni, che in quel momento di rivelazione sono confermati nella fede e rinsaldati nella sequela! Pietro definisce «bello» quello che vede e che vive, specialmente l’essere insieme ai suoi fratelli con Gesù, in compagnia della Scrittura, «nell’intimità» (è questo il senso dell’essere “in disparte”) con lo Sposo; ancora una volta egli vorrebbe evitare di scendere giù, di affrontare la sofferenza e la quotidianità, ma è proprio lì che deve seminare, anche tra le lacrime, il Vangelo della salvezza. Così per noi: discesi dal monte, dove «il Signore si è fatto vedere», siamo inviati a testimoniare la Vita che ci ha dato!


22 febbraio 2024

 
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