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sabato 16 ottobre 2021
 

III Domenica di Quaresima - 7 marzo 2021

La salvezza non si può comprare

[Gesù] fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». Giovanni 2,13-25

La cacciata dei mercanti dal tempio di Gerusalemme è un episodio che Giovanni colloca proprio all’inizio della vita pubblica di Gesù, perché vuole dirci qualcosa di estremamente importante per capire la novità del Vangelo.

Dietro questa scena c’è una citazione del profeta Geremia, che ci aiuta a capirlo correttamente. Ecco la frase di Geremia: «Questa casa, sulla quale è stato invocato il mio nome, è dunque diventata una spelonca di ladri?» (Ger 7,10). In Geremia non sono i mercanti a essere chiamati ladri, ma il popolo intero che tende invincibilmente a fare della fede un mercato, a commettere ogni tipo di peccato e poi pagare il prezzo del perdono offrendo i sacri‡ci al tempio.

Ancora ai tempi di Gesù, all’ingresso del tempio si scambiavano le monete romane (idolatre, a causa dell’ef‡figie di Cesare) con monete lecite con cui comprare animali per offrire sacri‡fici a Dio: il mercato sbagliato era dunque la stessa religione basata sui sacri‡fici. Per la Bibbia è la visione commerciale della religione che trasforma immediatamente il tempio in una spelonca di ladri. Senza i profeti, tutte le religioni si trasformano in commerci di offerte, voti, preghiere, indulgenze e penitenze che vorrebbero pagare il prezzo delle nostre cattiverie: lo abbiamo sempre fatto, continuiamo a farlo. Più i peccati diventano efferati, più alto diventa il prezzo dell’espiazione, ‡fino a sacri‡care i nostri fi‡gli: «Hanno costruito le alture di Tofet nella valle di Ben-Innòm, per bruciare nel fuoco i loro ‡gli e le loro fi‡glie» (Ger 7,31).

L’interpretazione della cacciata dei mercanti dal tempio si è allontanata presto dal suo signi‡cato biblico. Nel Medioevo è diventata una delle principali pezze d’appoggio per condannare il mestiere dei commercianti e l’arte della mercatura. Importante fu in questo un commento parziale al Vangelo di Matteo del V secolo, che si pensava fosse di Giovanni Crisostomo (L’Opus imperfectum in Mattheum). Nel commento di questo episodio leggiamo: «Nessun cristiano deve essere mercante o, se vuole esserlo, sia scacciato dalla chiesa ». E poi conclude: «Onesta è l’agricoltura, e mestiere disonesto davanti a Dio è invece l’attività mercantile».

 

LIBERTÀ DI SPIRITO.

 

Data questa visione dell’etica del commercio, viene da chiedersi come fu possibile che nel Medioevo l’attività mercantile non scomparisse. Forse perché la vita è più grande dei libri dei teologi, e certamente per l’arrivo dell’Ordine francescano. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) fu tra i primi a correggere quell’autorevole commento. Scriveva: «Non è necessario pensare che nella mercatura sia incluso il peccato», e aggiunge,ž «senza dubbio non c’è da dar retta al Crisostomo in questa sua affermazione sui mercanti ». Che libertà di spirito e di pensiero c’era nel Medioevo!

Per troppo tempo abbiamo usato questo episodio per condannare il mestiere dei mercanti, e ci siamo dimenticati del suo vero signi‡ficato: indicarci una nuova fede basata sull’amore gratuito di Dio, che ci perdona perché siamo ‡gli amati e non perché ci compriamo la salvezza.


04 marzo 2021

 
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